Così la Cee, e poi l'Unione europea, hanno dettato le linee dello sviluppo agricolo dell'Europa occidentale, decidendo cosa e a che prezzo avremmo comprato e mangiato. E la scelta è stata prima di spingere la produzione al massimo, perché l'Europa aveva fame. Poi di fare marcia indietro, con le quote e i premi per limitare i prodotti. Un andirivieni che ha avuto come comune denominatore il fatto di puntare sulla quantità, utilizzando i prezzi come strumento di pressione per gonfiare o sgonfiare la produzione. Ultimamente Bruxelles ha imboccato la via della riduzione dei prezzi sul mercato interno, compensate da eventuali integrazioni dirette sul reddito degli agricoltori, rendendo così conveniente coltivare soprattutto per le esportazioni. Anche questa è una faccia della globalizzazione.
Le organizzazioni dei coltivatori hanno spesso criticato le distorsioni della politica agricola comunitaria. Soprattutto i piccoli imprenditori hanno cominciato a pensare in termini di qualità, di mercato locale, di nicchie di consumo. Questa settimana sono in Italia - oggi alla facoltà di agraria dell'università della Tuscia di Viterbo - alcuni rappresentanti della Cpe (Coordinamento contadino europeo) che riunisce associazioni contadine di diversi paesi dell'Europa occidentale e fa parte dell'organizzazione mondiale Via Campesina. Lo scopo del viaggio nel nostro paese è quello di incontrare il mondo agricolo italiano per rilanciare l'idea che sulle scelte verdi dell'Unione europea si deve discutere, e discutere proprio mentre il ferro è caldo, incalzando Bruxelles su Agenda 2000. La Cpe propone di ripartire dalle produzioni che utilizzano il suolo e lo valorizzano, evitando quelle senza terra (come è oggi molta parte dell'allevamento delle mucche da latte, per esempio), pilotare i prodotti agricoli verso un prezzo che ripaghi il contadino del suo lavoro, collegare gli eventuali sussidi diretti erogati ai contadini al pagamento di servizi - tutela dell'ambiente e della salute del consumatore - che l'agricoltore può svolgere per l'intera collettività. Una bella controagenda da presentare a Bruxelles.





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