Ma è proprio questo che ora oppone la multinazionale agro-chimica e gli agricoltori, in una causa legale intentata da Monsanto che li accusa di "pirateria". Parliamo infatti di sementi "modificate geneticamente" dalla multinazionale agro-chimica, e coperte da brevetto. Una regola stabilita tre anni fa da Monsanto stabilisce che i semi brevettati non sono venduti una volta per tutte, ma dati "in leasing", e vanno ricomprati ogni volta.
Sarà certo una causa interessante, perché porta al pettine uno dei nodi più insidiosi della bioingegneria applicata all'agricoltura: il potere di controllo delle aziende agro-chimiche sulla produzione di cibo nel prossimo millennio, dunque la "sicurezza alimentare" sul pianeta, proprio attraverso i brevetti imposti sulle sementi.
Il caso è interessante anche per come si sta comportando il gigante dell'agrochimica in un mercato di primaria importanza - negli Usa e Canada le sementi modificate, dalla soia roundup ready al cotone bt, sono ormai molto diffuse. Per raccogliere le "prove" necessarie a citare in giudizio centinaia di agricolturi, Monsanto ha mandato decine di investigatori privati a raccogliere pianticelle dai campi (senza "mandato di perquisizione"), per poi farle analizzare nei propri laboratori e stabilire se sono pianticelle con il Dna modificato. Ha anche sponsorizzato un "numero verde" incitando gli agricoltori a segnalare i vicini che riusano le sementi coperte da brevetto, poi ha diffuso su radio locali liste di nomi di "inadempienti" (ne riferisce il Washington Post in un reportage sulla causa della Monsanto). C'è da chiedersi cosa succederà altrove, in paesi dove gli agricoltori sono meno benestanti e dove l'agricoltura di sussistenza ha un peso maggiore: tre quarti dei contadini al mondo coltivano per la sussistenza, cioè per sfamare le proprie comunità, usando semi dal raccolto precedente.





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