Non molto di più hanno fatto gli indonesiani, che hanno invaso il territorio e l'hanno annesso, nel 1976. Oggi a Timor Est gran parte degli 800mila abitanti vive di una povera produzione rurale di sussistenza, i giovani hanno di fronte solo la disoccupazione, l'amministrazione e il commercio sono occupati quasi solo da "immigrati" indonesiani da Java o da Sulawesi (Celebes); gli investimenti in infrastrutture sono stati scarsi (per non parlare del regime di occupazione militare instaurato dall'esercito di Jakarta).
Timor est ha però una risorsa. E' nel tratto di mare che la separano dall'Australia. Per la precisione, i ventimila chilometri quadrati di acque a est di Darwin detti "Timor Gap", dove si trovano tre importanti siti di sfruttamento petrolifero: i pozzi di Elang-Kakatua, il giacimento di gas condensato (ancora da sviluppare) di Bayu-Undan, e i campi di Sunrise-Troubadour, attualmente sottosfruttati. E' considerata area promettente per nuove prospezioni. In base a un trattato firmato nel 1992 tra Indonesia e Australia, la zona di mare è divisa in tre: una amministrata da Jakarta, una da Sidney, un'area sotto il controllo congiunto. E' nella Zone of Co-operation Area , o Zoca, che si trovano i maggiori giacimenti di petrolio del mar di Timor - tra cui i campi di Elang-Kakatua, sfruttati da Bhp Petroleum, Santos, Petroz e dall'azienda indonesiana Inpex. Secondo il trattato le royalties sono divise tra i governi di Australia e Indonesia. Jakarta ne trae 64 milioni di dollari australiani all'anno (un po' più di 70 miliardi di lire l'anno). Con i tempi di crisi che corrono, meglio di nulla.Ma questi soldi - e i prossimi potenziali introiti del petrolio del mar di Timor - entreranno nelle casse di una futura amministrazione indipendente di Timor Est? Nel momento in cui Jakarta parla di autonomia, forse pure indipendenza della sua indebita colonia, la ricchezza petrolifera di Timor è uno dei nodi da sciogliere...




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