Il problema segnalato da tante organizzazioni ambientali e civiche in Indonesia è che la palma da olio si diffonde in piantagioni su grande scala (per questo parlano di "monocoltura"), ricavate di solito a spese di terre considerate "incolte" dal governo ma in realtà occupate da foreste, magari da piccole coltivazioni di sussistenza, e abitate da popolazioni indigene o comunità rurali. Sumatra e Kalimantan (la parte indonesiana del Borneo), ma anche la più piccola Sulawesi (Celebes) e le isole più lontane, fino a Irian Jaya (Papua occidentale), sono cosparse delle nuove piantagioni: a volte usano come manodopera i coloni venuti da Java, trasmigranti inviati dal governo o emigranti "spontanei". L'affare è in mano a un piccolo numero di gruppi industriali che di solito controllano l'intero processo, dalla coltivazione della palma alla trasformazione dell'olio. Tre quarti dei circa 650 investitori che hanno chiesto al governo concessioni per piantagioni di palma sono stranieri - malesi, cinesi, del piccolo e ricco Brunei, e occidentali. Ma ci sono anche investimenti finanziati dal governo: spesso con i fondi destinati alla riforestazione, denunciava tempo fa il coordinamento ambientale sociale Walhi.
Un caso emblematico è quello della regione di Riau, Sumatra, segnalato nello studio compiuto di recente dal Wwf indonesiano e altre due organizzazioni ambientali. Là, ai bordi del Parco naturale Bukit Tiga Puluh, due aziende hanno ottenuto concessioni ed espropriato terre, senza molta considerazione per il "diritto indigeno alla terra", ma con la protezione attiva della locale polizia: circa 3.000 ettari sono ora convertiti in piantagioni di gomma e palma, mentre le comunità sloggiate non hanno neppure avuto dei risarcimenti.




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