La campagna contro il gene Terminator venne aperta e condotta soprattutto da un'organizzazione non governativa canadese, Rafi (www.rafi.org), ma è uno di quei casi in cui una battaglia giusta si propaga ben al di là degli appassionati dell'ambiente: hanno preso posizione sul tema delle sementi diversi paesi in via di sviluppo (sono i loro agricoltori che rischiano di pagare carissimi i semi di riso o di soia) e agenzie Onu. E davanti alla campagna montante, anche il Dipartimento dell'Agricoltura americano - cotitolare delle ricerche Terminator - ha cominciato saggiamente a prendere le distanze.
Martedì infine la lettera di Shapiro, accolta con applausi da Rafi e da Greenpeace. In uno sforzo di rimontare la cattiva fama accumulata dalla sua azienda, Shapiro si è collegato in video conferenza con un'assemblea di Greenpeace a Londra, affermando che è arrivato il momento di passare dal dibattito al dialogo, a proposito delle piante modificate geneticamente. Intendiamo farlo in modo "aperto, onesto e non difensivo", ha dichiarato. La questione dei semi sterili resta aperta: una strada che le aziende stanno perseguendo è quella di semi normali, liberamente ripiantabili; ma se si vuole esaltare le capacità di quelle piante, ottenute con la manipolazione dei geni e nascoste nel Dna, si dovrà comprare uno spray che agisce come attivatore. Tecnologie che non potranno essere commercializzate prima di cinque anni, spiega Shapiro nella lettera alla Rockfeller, cercando di sdrammatizzare le polemiche.
Ma il punto cruciale resta: i produttori di semi vogliono attivare una sorta di brevetto eterno, grazie al quale, una volta creata una nuova varietà particolarmente appetibile sul mercato, essa rimanga tutelata per sempre. Attualmente i brevetti e i copyright hanno invece una durata limitata nel tempo.




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