La novità viene dal Giappone. Il mercato in questo caso riflette ciò che i consumatori chiedono: e i giapponesi, come e più degli europei, sono allarmati dall'arrivo sul mercato di "organismi geneticamente modificati". La domanda di cibi "naturali" o non modificati è forte. L'industria alimentare si adegua. E poiché il Giappone importa gran parte della soia e del mais che consuma, e li compra in grandissima parte negli Stati uniti, si adeguano anche gli esportatori del Midwest. Le ditte di import giapponesi hanno cominciato a chiedere soia e mais non transgenici. E i commercianti di granaglie e legumi del Midwest il mese scorso hanno dato "premi" fino al 10% in più (cioè 3,68 dollari per tonnellata) per soia e mais non modificati. Gli importatori giapponesi dicono che i cargo di mais e soia americani non modificati si vendono a prezzi maggiorati tra 14,70 e 18,38 dollari la tonnellata rispetto ai cargo di prodotti non separati (in cui sono mescolati anche granaglie transgeniche). Alcune industrie di trasformazione giapponesi trasferiranno il maggior costo sui consumatori, altre già avvertono che cercheranno invece di tagliare altri costi.
Un simile "mercato a due strati" non è ancora evidente in Europa: anche perché qui la gran parte di soia e mais sono destinati all'industria che ne fa olio o amido e lecitina, o mangimi per animali - dove "rintracciare" organismi transgenici nelle etichette è impossibile. Ma anche qui la domanda è cambiata: molte aziende, per assicurarsi la simpatia dei consumatori, promettono di astenersi dall'uso di ingredienti transgenici. E gli importatori sono sul chi va là, pronti a seguire "il mercato".





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