Il giorno prima dell'apertura dei lavori, infatti, un gruppo di giornalisti venne convocato in albergo dal gruppo industriale Abswg. Fu loro spiegato che gli scienziati non avevano trovato nessun motivo di rischio e consegnato un comunicato stampa in cui si diceva che il convegno aveva "eliminato i dubbi sollevati la scorsa primavera sulla salute delle popolazioni di farfalle monarca". Diciamo così: era una bella forzatura. Come i partecipanti alla conferenza hanno poi riferito alla rivista Science, i dubbi rimangono: non c'è la prova del danno, ma nemmeno quella della tranquillità; succede spesso così nella scienza e tanto più in un settore come quello delle piante che per la prima volta vengono sottoposte a valutazione di rischio ambientale; le ricerche dunque continueranno, con umiltà come si conviene a dei veri ricercatori.
La questione è particolarmente preoccupante perché la tecnica dell'introduzione di una parte del genoma del Bt nelle piante farebbe parte di per sé del "lato buono" delle biotecnologie. In questo caso infatti la manipolazione si sforza di imitare i processi naturali, convincendo la pianta a produrre anche lei un insetticida che già esiste in natura. Il Bacillus thuringensis è infatti un antagonista naturale di molti insetti dannosi e viene usato persino nell'agricoltura biologica, distribuendolo sulle colture, per lottare contro alcuni parassiti dei vegetali. L'introduzione del Dna del bacillo dentro alle piante coltivate permetterebbe, insomma, di salvaguardare i raccolti senza spargere chili di insetticidi artificiali per i campi. Naturalmente il dubbio resta quello degli effetti collaterali, compresi quelli sulla farfalla monarca.
Ben diverso è il caso delle sementi modificate per resistere meglio alla chimica, come è il caso del famoso Roundup della Monsanto: chi usi la soia genetica venduta dalla stessa Monsanto può spargere più Roundup, perché la pianta non muore, ma le erbacce sì; ma l'effetto sull'ambiente è comunque di immettere dall'esterno dosi sempre più massicce di un erbicida. Naturalmente proprio questa tecnica è quella che è stata più spinta e propagandata: al colosso chimico infatti permette di guadagnare due volte: l'una vendendo le sementi resistenti e l'altra vendendo il suo erbicida (finalmente usabile in dosi sempre più elevate).





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