Il brevetto del "basmati americano" ha suscitato indignazione in India, e non solo per "orgoglio nazionale". In India circa un milione di ettari è coltivato a basmati, e in Pakistan 0,75 milioni di ettari, da centinaia di migliaia di piccoli agricoltori. La sola India ne ha esportato per circa 425 milioni di dollari nel 1998-'99. E' chiaro che la comparsa del "basmati americano", meno caro, è una minaccia per i piccoli agricoltori del subcontinente. Eppure, secondo le norme dell'Organizzazione mondiale del commercio - e il protocollo Trips ( Trade related intellectual property rights , aspetti della proprietà intellettuale relativi al commercio) - un brevetto ovunque rilasciato va riconosciuto da tutti i paesi membri del Wto.
Il governo indiano è corso ai ripari in due modi. Nel '98 ha incaricato una commissione tecnica di preparare un ricorso legale contro il brevetto RiceTec - come già fatto per la curcuma o il neem, piante originarie dell'India e note per varie proprietà medicinali. Sembra che il ricorso sia ormai pronto. Ma poi, tra polemiche e spinte del mondo scientifico e ambientalista indiano, Delhi si è risolta ad armarsi del proprio apparato di leggi e protezioni. Sta per arrivare al parlamento indiano una legge sulle "denominazioni di origine geografica": Delhi potrà rivendicare per il basmati - o per i manghi Alphonso e il tè Darjeeling - la stessa considerazione dello "scotch whisky" o dello champagne francese. Ma non solo. Il Consiglio indiano per la ricerca scientifica (Icar, il Cnr locale) ha cominciato un costoso lavoro di raccolta delle "impronte genetiche" delle varietà di piante medicinali e agricole nella sua banca dei semi: per "stabilire prove dell'origine del materiale genetico nell'eventualità di appropriazione indebita.





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