Che le malattie viaggino insieme ai viventi non è certo una novità. Basti pensare al vaiolo e al tifo portato dai conquistadores spagnoli tra le popolazioni indigene del sud America (pare che 50 milioni di indios siano morti di malattie importate nel 15esimo e 16esimo secolo). O alla sifilide, che gli spagnoli riportarono nel vecchio continente. Meno studiate sono le malattie emerse tra gli animali venuti a contatto con il bestiame che i colonizzatori si portavano dietro.
Tutto è cambiato con la scoperta che animali selvatici possono rivelarsi "reservoir naturale" di virus e parassiti (quindi malattie) che possono rivelarsi assai virulenti tra gli umani. Un esempio è proprio Ebola, anche se mancano ancora ipotesi conclusive sul portatore del virus: forse un certo pipistrello, o alcuni piccoli mammiferi della foresta tropicale. In altri casi i passaggi sono più chiari. L'influenza, ad esempio, viene dal periodico scambio tra uccelli selvatici e domestici e maiali - di recente è stato provato che passa direttamente dagli uccelli agli umani. Altre malattie passano dagli animali domestici a quelli selvatici: come la brucellosi dei bovini che ha contagiato i bisonti americani.
"L'introduzione di animali in nuove aree geografiche, insieme ai loro patogeni, è un problema serio", concludono Daszak e colleghi, che associano la comparsa di nuove malattie infettive al passaggio di patogeni da animali domestici a quelli selvatici e viceversa, o al trasferimento di animali in nuove aree geografiche - oltre che al più generale riscaldamento del clima, che può far proliferare certi parassiti. Tutto ciò dovrebbe indurre a precauzioni: il passaggio di parassiti e virus è accelerato dal movimento attraverso frontiere e continenti di raccolti agricoli, legname, animali domestici - movimenti sempre più frequenti. Ma senza regole...





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