Ma nell'ultimo anno il vento è girato, e non solo per le manifestazioni di Seattle. La legittima diffidenza dei consumatori europei verso i cibi manipolati ha costretto le grandi catene dell'industria alimentare a rifiutare mais e soia non garantiti, e questo fenomeno di mercato (e il mercato, si dice, non è sovrano?) si è già tradotto in una parziale crisi dell'agricoltura Usa e in una riduzione delle piantagioni genetiche. In più paesi come l'India e l'Etiopia hanno guidato i vicini di Asia e Africa verso politiche più indipendenti e meno succubi.
Naturalmente le frasi letterali del trattato sono generiche e le pur importanti affermazioni di principio possono sempre essere smontate da pratiche contrarie. Vale tuttavia la pena di notare che per la prima volta gli Usa hanno accettato una formulazione in cui il Commercio (incarnato dalla Wto) non è al sommo della piramide. Dovrebbe essere una cosa ovvia, dato che tutti i liberisti sostengono che il mercato è soltanto un mezzo verso un fine superiore, il benessere dell'umanità. Ed effettivamente lo stesso statuto dell'organizzazione mondiale del commercio già ammetteva che il libero scambio potesse inchinarsi di fronte a esigenze ambientali. Ma questa volta, a Montreal, c'è stato un passo in avanti: quantomeno l'ambiente e il commercio sono stati messi su di un piano di pari dignità e non è più il secondo ad avere sempre l'ultima parola. Analizzando i problemi in discussione a Montreal il numero in edicola del settimanale inglese The Economist concludeva (o forse si augurava) che "quando l'ecologia e l'economia si scontrano, di solito è l'economia a vincere". Questa volta sembra che non sia andata esattamente così.




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