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BIOTECNOLOGIE
TERRA TERRA
FRANCO CARLINI
2000.02.01
Se a Cartagena, in Colombia, nel febbraio scorso era stata rottura completa, quest'anno a Montreal tutti sembrano soddisfatti: gli africani e gli europei, gli africani e i verdi. Il testo del protocollo sulla biodiversità e sugli organismi geneticamente manipolati, in effetti contiene formulazioni sufficientemente mediane o sufficientemente ambigue, da accontentare un po' tutti. Né sarà il caso di disprezzare questo risultato, considerando come si erano messe male negli anni più recenti. Il Summit della terra di Rio nel 1992 aveva aperto molte speranze, ma tutti gli anni successivi erano stati alacremente impiegati dai paesi ricchi e dalle loro industrie per smontarne le più fastidiose indicazioni. Il colmo era stato raggiunto appunto a Cartagena quando alcuni paesi che non avevano mai firmato il Trattato sulla Biodiversità, il cosiddetto Gruppo di Miami (America, Argentina, Australia, Canada, Cile e Uruguay), tuttavia erano riusciti a imporre il nulla di fatto: nessuna regola o restrizione per l'esportazione di semi manipolati dal nord verso il sud, e nemmeno per il percorso inverso: il prelievo di geni preziosi nei paesi poveri da parte di quelli ricchi - la cosiddetta biopirateria.

Ma nell'ultimo anno il vento è girato, e non solo per le manifestazioni di Seattle. La legittima diffidenza dei consumatori europei verso i cibi manipolati ha costretto le grandi catene dell'industria alimentare a rifiutare mais e soia non garantiti, e questo fenomeno di mercato (e il mercato, si dice, non è sovrano?) si è già tradotto in una parziale crisi dell'agricoltura Usa e in una riduzione delle piantagioni genetiche. In più paesi come l'India e l'Etiopia hanno guidato i vicini di Asia e Africa verso politiche più indipendenti e meno succubi.

Naturalmente le frasi letterali del trattato sono generiche e le pur importanti affermazioni di principio possono sempre essere smontate da pratiche contrarie. Vale tuttavia la pena di notare che per la prima volta gli Usa hanno accettato una formulazione in cui il Commercio (incarnato dalla Wto) non è al sommo della piramide. Dovrebbe essere una cosa ovvia, dato che tutti i liberisti sostengono che il mercato è soltanto un mezzo verso un fine superiore, il benessere dell'umanità. Ed effettivamente lo stesso statuto dell'organizzazione mondiale del commercio già ammetteva che il libero scambio potesse inchinarsi di fronte a esigenze ambientali. Ma questa volta, a Montreal, c'è stato un passo in avanti: quantomeno l'ambiente e il commercio sono stati messi su di un piano di pari dignità e non è più il secondo ad avere sempre l'ultima parola. Analizzando i problemi in discussione a Montreal il numero in edicola del settimanale inglese The Economist concludeva (o forse si augurava) che "quando l'ecologia e l'economia si scontrano, di solito è l'economia a vincere". Questa volta sembra che non sia andata esattamente così.

 
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