Il mese scorso l'organizzazione aveva organizzato una festa sull'isola, insieme alla popolazione locale, per festeggiare il varo del progetto, ma proprio allora sono esplose le proteste un po' in tutto il paese, persino con manifestazioni di strada. Incontenibile è circolata la voce che le scimmie in questione provengano in realtà dai laboratori di ricerca americani: "Sono state assoggettate a test virali, a radiazioni, a esperimenti carcinogeni e comportamentali, a manipolazioni genetiche" ha detto e scritto il dottor Kofi Ellison, un cittadino del Ghana che risiede a Washington. Altri hanno aggiunto: se sono così sane come dicono, perché gli americani non le mettono in uno dei loro parchi naturali? E' stato fatto osservare che gli abitanti della regione interessata, quella di Nkonya Ntumda, sono dediti in prevalenza all'agricoltura e che l'introduzione di un grande numero di scimpanzé potrebbe alterare l'equilibrio ecologico. E' scesa in campo persino l'associazione degli avvocati del paese, secondo la quale si tratta di "un precedente pericoloso da scoraggiare". Percependo la tensione crescente il presidente Rawlings ha così deciso di appellarsi al "principio di precauzione" previsto dai protocolli di Rio sulla biodiversità e di impedire l'arrivo degli animali nel suo territorio. A nulla sono servite le assicurazioni ufficiali, ribadite anche da Priscilla Feral, portavoce degli "Amici degli animali" che sono tutti sani, e nemmeno la disponibilità a sottoporli a accurati esami e verifiche prima della loro esportazione in Ghana.
Il no del presidente è stato annunciato come irrevocabile. La storia conferma una volta ancora che sulle questioni ambientali un profondo solco esiste tra le culture occidentali e quelle locali. Piaccia o meno, nessun progetto è proponibile nei paesi in via di sviluppo senza un rapporto vero e partecipato. Diversamente anche quando sia salutare e sensato, esso viene percepito come invasivo e autoritario.




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