Ma perché si è arrestata la folgorante crescita delle varietà transgeniche? Perché i consumatori sono diffidenti. In Europa occidentale, uno dei primi mercati per le esportazioni nord americane, diverse grandi catene di distribuzione hanno cominciato a eliminare i prodotti che contengono ingredienti transgenici. Così pure in Giappone. Gli importatori di soia e altre granaglie hanno cominciato a chiedere prodotti non geneticamente modificati; gli esportatori sono stati costretti a separare il prodotto transgenico da quello "normale", ancor prima che ogni norma lo imponesse. Risultato: l'export di soia americana nell'Unione europea è scesa da 11 milioni di tonnellate nel '98 a 6 milioni di tonnellate nel '99: una perdita combinata di un miliardo di dollari. Ora poi il Giappone, l'Unione europea, la Corea del Sud e perfino il Messico stanno elaborando leggi che renderanno obbligatorio "etichettare" i cibi con ingredienti transgenici. E poi, la diffidenza dei consumatori ha contagiato ormai anche l'altra sponda dell'Atlantico: anche negli Stati uniti, finora il più grande mercato di sbocco per gli alimenti transgenici, alcune aziende hanno cominciato ad annunciare che elimineranno gli ingredienti transgenici dalla loro produzione.
Sfumata l'aura di "progresso" che circondava l'industria dell'agricoltura transgenica, ecco che emergono i problemi. Il WorldWatch Institute fa notare che la commercializzazione di sementi modificate è avvenuta prima - e non dopo - di esaminare benefici e rischi a lungo termine di queste specie: la diffidenza dei consumatori è ben giustificata. E i mercati finanziari sono pronti a registrare: nel maggio scorso la Deutsche Bank consigliava agli investitori di vendere le partecipazioni in aziende coinvolte nell'ingegneria genetica.





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