Un milione di capi di bestiame sono morti di freddo e di fame, avverte il governo, e migliaia di animali sono così deboli che difficilmente sopravviveranno. Nella sola provincia del Gobi 250 mila bestie sono morte: mucche, cavalli, yak, capre, pecore, cammelli. Ma con loro scompare la base della sopravvivenza della popolazione mongola, in particolare di centinaia di migliaia di pastori nomadi. Si capisce allora l'allarme lanciato dal presidente della Mongolia, Natsagyn Bagabandy: "L'allevamento, base fondamentale della nostra economia, corre il serio pericolo di essere distrutto". Il governo di Ulanbator ha chiesto aiuti internazionali, la Croce Rossa si è mobilitata.
Un corrispondente della Bbc ha percorso parte delle steppe della Mongolia per constatare la situazione. Racconta di aver incontrato pastori che hanno viaggiato oltre 200 chilometri con i suoi cavalli, in cerca di erba. Di solito il bestiame trova da pascolare nelle steppe senza neve anche nei mesi freddi: quest'anno invece sotto la crosta di neve ghiacciata trovano ben poco, dopo un'estate di siccità e un inverno precoce. Più in là, nella provincia di Dungogove, ecco un accampamento di pastori nomadi visitato da personale della Croce Rossa. Le famiglie hanno passato gli ultimi sei mesi spostandosi di continuo alla ricerca di pascoli. Ma il bestiame è dimezzato, spiega alla Bbc un pastore di nome Gudazan, "i cavalli sono morti o sono scappati via nella tempesta di neve". Ora quella gente scarseggia di carne, latte e formaggio, la dieta dei pastori mongoli. Gudazan spiega che la transizione all'economia di mercato ha peggiorato le cose: "Il numero dei pastori è aumentato. Quando il sistema è stato privatizzato, molti hanno pensato che così avrebbero fatto un sacco di soldi. Ma molti non conoscevano affatto il mestiere". Mentre è stato smantellato il sistema statale di distribuzione del foraggio, che in qualche modo parava alle emergenze.
A Ulanbator funzionari governativi dicono di aver cominciato a mandare fieno nelle province. I nomadi dicono di non aver ricevuto nulla. La Croce rossa ora dice che trecentomila persone rischiano la fame, e che i due mesi prossimi sono i peggiori, quando i gelidi venti primaverili provenienti da nord spazzano le steppe. Solo tra fine maggio e giugno i pascoli torneranno a rinverdire. Ma greggi e mandrie rischiano di non vedere quel momento.




• 