Lo zoo, il vetusto "giardino zoologico", è ancora proponibile? Il dibattito investe ora anche l'Europa. Dal Zoological Garden di Londra al Berlin Zoo, animali in mostra creano disagio nel pubblico più "sensibile", pur sollevando curiosità immediata nei non pochi visitatori. Se è vero che molti etologi professano aperta avversione all'idea di mettere in gabbia - e in mostra - soggetti animali complessi come i mammiferi (primati in primo luogo), resta il problema del "che fare" dei soggetti animali attualmente mantenuti in condizioni di "cattività" e non certo perché brutti e cattivi. Anzi, proprio perché belli strani curiosi o semplicemente facili da allevare in gabbia. Aumentano dunque gli studi mirati ad alleviare questo inevitabile patrimonio di sofferenza animale.
La più storica delle riviste etologiche, lo Zeitschrift für Tierpsycologie fondato da Konrad Lorenz oggi anglizzata in Ethology , ha dedicato il 33 supplemento al 2 Simposio Internazionale sulla fisiologa ed etologia degli animali selvatici negli zoo. Emerge un vivo interesse per le condizioni fisiche e mentali delle specie costrette in cattività, di cui si occupa un numero crescente di studi sugli effetti di arricchimenti ambientali o dalle ricerche per minimizzare i disagi di singoli individui - come ad esempio le femmine di gorilla che raggiungono la maturità sessuale e che possono grandemente soffrire lo spostamento in gabbie di gorilla estranei.
Altro problema centrale nella gestione di parchi e giardini zoologici è quello del controllo riproduttivo degli animali. Oggi i maggiori sforzi sono mirati a caratterizzare la fisiologia riproduttiva di un numero crescente di specie, strumento indispensabile allo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate e meno intrusive per conoscere e controllare lo stato riproduttivo dei diversi soggetti. Se è spesso necessario limitare il numero delle nascite (per esempio si stanno studiando contraccettivi su base ormonale per gli orsi bruni), è altrettanto utile perfezionare le tecniche di inseminazione artificiale, per assicurare l'adeguata proliferazione di specie a rischio d'estinzione.
Particolarmente originale è l'analisi di differenze importanti tra il comportamento di animali in ambiente naturale e in cattività, che, se opportunamente sfruttate, possono migliorare la gestione della fauna selvatica degli zoo. L'aumentata disponibilità di cibo permetterebbe, per esempio, la convivenza in cattività, quasi del tutto pacifica, di specie che potrebbero altrimenti competere - con conflitti anche violenti - per le medesime risorse, come dimostrato per orsi e lupi.
Per chi si appassiona al destino degli animali degli zoo, consigliamo di sfogliare l'ampio e dettagliato volume scritto nel 1993 da Stephen St C. Bostock, responsabile educativo dello zoo di Glasgow. Zoos & animal rights , edizioni Routledge, pone interessanti problemi di carattere etico e morale sollevati dal costringere specie selvatiche in un ambiente - fisico e sociale - per loro innaturale e non di rado inadatto. Un intero capitolo è dedicato alla necessità di giudicare correttamente lo stato di salute dell'animale, sia attraverso analisi veterinarie, sia, soprattutto, attraverso un'attenta valutazione dei parametri etologici. Oggi il malessere dell'essere ingabbiato è non solo etologicamente misurabile (ed eticamente riprovevole), ma può essere notevolmente alleviato, se non completamente annullato.





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