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ANIMALI
L'estinzione dell'uccello Moa
FRANCO CARLINI
2000.04.14
Le conferme si accumulano: non soltanto noi
contemporanei siamo efficienti distruttori dell'ambiente, ma
anche i nostri più lontani antenati non scherzavano.
Se gli umani di oggi si stanno dando alacremente da fare per spazzare via dalla superficie del pianeta gli ultimi grandi animali come le balene, i delfini e gli elefanti, anche i popoli cacciatori della preistoria cancellarono grandi specie animali, e per di più in un periodo di tempo assai ristretto. La loro scusante - che noi non abbiamo - è che non avevano conoscenza alcuna della quantità di risorse disponibili e che, trovandosi in pochi all'interno di territori vasti e apparentemente infiniti, non potevano essere nemmeno sfiorati dall'idea del limite.
Che i grandi mammiferi del continente nord americano siano stati portati all'estinzione da intense campagne di caccia sembra ormai accertato, mentre meno nota è la storia dei maori della Nuova Zelanda e del grande uccello terrestre Moa (tra i 20 e i 250 chili di peso), praticamente incapace di volare, che razzolava tranquillo per quelle terre.
All'arrivo dei primi coloni dalla Polinesia ne esistevano undici specie, tutte prive di difesa, dato che fino a quel momento non avevano mai incontrato alcun predatore. Era facile catturarli e pregiata risultava la loro carne, in particolare quella delle lunghe e carnose cosce.
Gli scavi archeologici nei resti dei primi villaggi maori documentano senza ombra di dubbio il fatto che i Moa fossero il cibo preferito. Ma da un certo punto in poi, non si trovano più le loro ossa.
L'ipotesi avanzata inizialmente era che fossero stati vittime di un cambiamento di clima, ma non ha retto alla prova dei fatti: fu l'uomo cacciatore a eliminarli. Anche così si riteneva tuttavia che l'estinzione fosse avvenuta in un periodo di tempo prolungato, almeno un millennio.
Ora delle nuove e meticolose ricerche di due studiosi dell'università di Christchurch in Nuova Zelanda, (Science, vol. 287, pag. 2250) raccontano un'altra storia: i circa 160mila ucelli Moa vennero tutti uccisi nel giro di pochi decenni da parte di una popolazione di maori che allora non superava le mille persone.
A prima vista sembra impossibile, dato che l'intero paese è grande quasi come l'Italia, 270mila chilometri quadrati, ma qui entra in gioco la fisiologia riproduttiva dei Moa: essi maturano sessualmente non prima del quinto anno di vita e depositano non più di due uova all'anno. Il risultato è che in media ogni coppia di uccelli genera un solo pargolo all'anno. I due ricercatori (Holdaway e Jacomb) hanno costruito un modello matematico assai preciso e dimostrano che cento umani, cacciando cinque Moa alla settimana per nutrirsi, avrebbero impiegato 160 anni a eliminare tutti gli uccelli.
In realtà i cacciatori erano di più e si riproducevano rapidamente, generando un alto fabbisogno alimentare: da qui la stima di soli 20-30 anni per completare l'opera. L'archeologia del resto ha rivelato i resti di villaggi abbandonati pressocché di colpo, non appena i Moa non c'erano più.
E' una storia che risale al quattordicesimo secolo, ma ovviamente dice molto anche al ventunesimo.
Se gli umani di oggi si stanno dando alacremente da fare per spazzare via dalla superficie del pianeta gli ultimi grandi animali come le balene, i delfini e gli elefanti, anche i popoli cacciatori della preistoria cancellarono grandi specie animali, e per di più in un periodo di tempo assai ristretto. La loro scusante - che noi non abbiamo - è che non avevano conoscenza alcuna della quantità di risorse disponibili e che, trovandosi in pochi all'interno di territori vasti e apparentemente infiniti, non potevano essere nemmeno sfiorati dall'idea del limite.
Che i grandi mammiferi del continente nord americano siano stati portati all'estinzione da intense campagne di caccia sembra ormai accertato, mentre meno nota è la storia dei maori della Nuova Zelanda e del grande uccello terrestre Moa (tra i 20 e i 250 chili di peso), praticamente incapace di volare, che razzolava tranquillo per quelle terre.
All'arrivo dei primi coloni dalla Polinesia ne esistevano undici specie, tutte prive di difesa, dato che fino a quel momento non avevano mai incontrato alcun predatore. Era facile catturarli e pregiata risultava la loro carne, in particolare quella delle lunghe e carnose cosce.
Gli scavi archeologici nei resti dei primi villaggi maori documentano senza ombra di dubbio il fatto che i Moa fossero il cibo preferito. Ma da un certo punto in poi, non si trovano più le loro ossa.
L'ipotesi avanzata inizialmente era che fossero stati vittime di un cambiamento di clima, ma non ha retto alla prova dei fatti: fu l'uomo cacciatore a eliminarli. Anche così si riteneva tuttavia che l'estinzione fosse avvenuta in un periodo di tempo prolungato, almeno un millennio.
Ora delle nuove e meticolose ricerche di due studiosi dell'università di Christchurch in Nuova Zelanda, (Science, vol. 287, pag. 2250) raccontano un'altra storia: i circa 160mila ucelli Moa vennero tutti uccisi nel giro di pochi decenni da parte di una popolazione di maori che allora non superava le mille persone.
A prima vista sembra impossibile, dato che l'intero paese è grande quasi come l'Italia, 270mila chilometri quadrati, ma qui entra in gioco la fisiologia riproduttiva dei Moa: essi maturano sessualmente non prima del quinto anno di vita e depositano non più di due uova all'anno. Il risultato è che in media ogni coppia di uccelli genera un solo pargolo all'anno. I due ricercatori (Holdaway e Jacomb) hanno costruito un modello matematico assai preciso e dimostrano che cento umani, cacciando cinque Moa alla settimana per nutrirsi, avrebbero impiegato 160 anni a eliminare tutti gli uccelli.
In realtà i cacciatori erano di più e si riproducevano rapidamente, generando un alto fabbisogno alimentare: da qui la stima di soli 20-30 anni per completare l'opera. L'archeologia del resto ha rivelato i resti di villaggi abbandonati pressocché di colpo, non appena i Moa non c'erano più.
E' una storia che risale al quattordicesimo secolo, ma ovviamente dice molto anche al ventunesimo.





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