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BIOTECNOLOGIE
I pirati delle risorse naturali
MARINA FORTI
2000.05.30
Per quindici giorni hanno dibattuto di biodiversità,
biosicurezza e "principio precauzionale". Ma poco o nulla hanno
trattato di brevetti, che poi sono il centro della questione.
Stiamo parlando della quinta conferenza dei 140 paesi firmatari
della Convenzione sulla Biodiversità, che si è conclusa a
Nairobi, Kenya.
Una sola notizia di rilievo ci giunge dalla capitale africana: 61 paesi, tra cui l'Italia, hanno ratificato il Protocollo sulla Biosicurezza, che regolamenta il traffico transfrontaliero di organismi geneticamente modificati, dai micro-organismi e cellule fino alle sementi o animali. E' un documento importante, se non altro perché permette agli stati di autorizzare o bandire l'importazione di organismi transgenici nel loro territorio. Vale la pena ricordare che uno dei motivi di conflitto al vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio fallito a Seattle era proprio il tentativo di alcuni stati, Usa in testa, di mettere sotto le competenze del Wto anche gli organismi geneticamente modificati, dunque far prevalere le ragioni del libero commercio a quelle della salute e dell'ambiente.
Il nuovo Protocollo fa proprio il "principio di precauzione": uno stato può legittimamente vietare l'importazione di un organismo transgenico anche se non ci sono dati scientifici definitivi circa effetti negativi, ma solo un potenziale rischio. Lo stato che esporta deve ottenere in anticipo un "assenso informato" da parte di chi importa. E' istituito un meccanismo comune di scambio di informazioni, il Advanced Informed Agreement (Aia). Tra i punti deboli del Protocollo c'è il fatto che impone l'etichettatura degli organismi geneticamente modificati, ma non dei prodotti finiti che li contengono: i chicchi di mais, ma non i cornflakes che mangiate a colazione. Il Protocollo inoltre non prevale su altri trattati internazionali: i conflitti tra stati circa il commercio di organismi transgenici, ad esempio, saranno arbitrati dal Wto. Una concessione agli Stati uniti, dicono i critici.
Ma infine il Protocollo diventerà legge internazionale. La conferenza appena conclusa in Kenya invece ha del tutto tralasciato un'altra questione "globale". "La conferenza sulla biodiversità deve mettere al bando il Terminator, o altrimenti il principio precauzionale sarà defunto in partenza", chiedeva Rafi, Rural Advancement Foundation International , una tra le più importanti organizzazioni non governative internazionali che si occupano di economia rurale e tutela della biodiversità. Nel 1999, avverte Rafi, almeno 7 nuovi brevetti sono stati concessi per altrettante versioni del "sistema di protezione della tecnologia", la tecnica di ingegneria genetica che rende sterili i semi di una pianta transgenica, in modo che la pianta stessa non si riproduca. "E' il banco di prova per il tanto celebrato principio precauzionale e per il Protocollo sulla biosicurezza", affermava un comunicato stampa di Rafi.
Eppure, la questione non è entrata negli ordini del giorno a Nairobi. Né vi è entrato il problema generale dei brevetti, la proprietà privata della conoscenza. E neppure il fenomeno della "biopirateria": ovvero il furto (pirateria) delle risorse naturali (diversità biologica) esistenti sul pianeta. L'ecofemminista indiana Vandana Shiva ne parla come della "seconda conquista di Cristoforo Colombo", la continuazione di una colonizzazione cominciata cinque secoli fa: così scrive nel suo libro Biopirateria (pubblicato in Italia dalla Cuen, 1999, nella traduzione e con una prefazione di Giovanna Ricoveri). Rafi elenca oltre 147 casi di appropriazione indebita di piante o organismi viventi da parte di aziende o istituti di ricerca che setacciano i paesi caldi (e poveri), dove si concentra la maggiore biodiversità del pianeta, ne osservano proprietà e principi attivi e poi li brevettano: da certi fagioli messicani al riso Basmati indo-pakistano brevettato negli Usa, a decine di piante medicinali o specie animali. Non ha torto Rafi: finché le risorse naturali saranno privatizzabili, ed esisteranno tecniche criminali come il Terminator, ogni discorso di Biosicurezza resta vano.
Una sola notizia di rilievo ci giunge dalla capitale africana: 61 paesi, tra cui l'Italia, hanno ratificato il Protocollo sulla Biosicurezza, che regolamenta il traffico transfrontaliero di organismi geneticamente modificati, dai micro-organismi e cellule fino alle sementi o animali. E' un documento importante, se non altro perché permette agli stati di autorizzare o bandire l'importazione di organismi transgenici nel loro territorio. Vale la pena ricordare che uno dei motivi di conflitto al vertice dell'Organizzazione mondiale del commercio fallito a Seattle era proprio il tentativo di alcuni stati, Usa in testa, di mettere sotto le competenze del Wto anche gli organismi geneticamente modificati, dunque far prevalere le ragioni del libero commercio a quelle della salute e dell'ambiente.
Il nuovo Protocollo fa proprio il "principio di precauzione": uno stato può legittimamente vietare l'importazione di un organismo transgenico anche se non ci sono dati scientifici definitivi circa effetti negativi, ma solo un potenziale rischio. Lo stato che esporta deve ottenere in anticipo un "assenso informato" da parte di chi importa. E' istituito un meccanismo comune di scambio di informazioni, il Advanced Informed Agreement (Aia). Tra i punti deboli del Protocollo c'è il fatto che impone l'etichettatura degli organismi geneticamente modificati, ma non dei prodotti finiti che li contengono: i chicchi di mais, ma non i cornflakes che mangiate a colazione. Il Protocollo inoltre non prevale su altri trattati internazionali: i conflitti tra stati circa il commercio di organismi transgenici, ad esempio, saranno arbitrati dal Wto. Una concessione agli Stati uniti, dicono i critici.
Ma infine il Protocollo diventerà legge internazionale. La conferenza appena conclusa in Kenya invece ha del tutto tralasciato un'altra questione "globale". "La conferenza sulla biodiversità deve mettere al bando il Terminator, o altrimenti il principio precauzionale sarà defunto in partenza", chiedeva Rafi, Rural Advancement Foundation International , una tra le più importanti organizzazioni non governative internazionali che si occupano di economia rurale e tutela della biodiversità. Nel 1999, avverte Rafi, almeno 7 nuovi brevetti sono stati concessi per altrettante versioni del "sistema di protezione della tecnologia", la tecnica di ingegneria genetica che rende sterili i semi di una pianta transgenica, in modo che la pianta stessa non si riproduca. "E' il banco di prova per il tanto celebrato principio precauzionale e per il Protocollo sulla biosicurezza", affermava un comunicato stampa di Rafi.
Eppure, la questione non è entrata negli ordini del giorno a Nairobi. Né vi è entrato il problema generale dei brevetti, la proprietà privata della conoscenza. E neppure il fenomeno della "biopirateria": ovvero il furto (pirateria) delle risorse naturali (diversità biologica) esistenti sul pianeta. L'ecofemminista indiana Vandana Shiva ne parla come della "seconda conquista di Cristoforo Colombo", la continuazione di una colonizzazione cominciata cinque secoli fa: così scrive nel suo libro Biopirateria (pubblicato in Italia dalla Cuen, 1999, nella traduzione e con una prefazione di Giovanna Ricoveri). Rafi elenca oltre 147 casi di appropriazione indebita di piante o organismi viventi da parte di aziende o istituti di ricerca che setacciano i paesi caldi (e poveri), dove si concentra la maggiore biodiversità del pianeta, ne osservano proprietà e principi attivi e poi li brevettano: da certi fagioli messicani al riso Basmati indo-pakistano brevettato negli Usa, a decine di piante medicinali o specie animali. Non ha torto Rafi: finché le risorse naturali saranno privatizzabili, ed esisteranno tecniche criminali come il Terminator, ogni discorso di Biosicurezza resta vano.




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