terra terra
AGRICOLTURA
L'economia della scopa di saggina
MARINA FORTI
2000.06.08
Si potrebbe definirla "l'economia delle scope". Sì, le ramazze di
saggina, quasi scomparse in Europa dove sono rimpiazzate da scope
di fibra sintetica. Eppure, la saggina è un materiale che ha
parecchi meriti. Prendiamo ad esempio il Meghalaya, stato
dell'India nord-orientale incastrato tra il Bangladesh e l'Assam,
dove il subcontinente indiano si protende verso la Birmania. Il
Meghalaya è uno stato povero e prevalentemente rurale; la sua
popolazione, poco più di 2 milioni di persone, appartiene a tre
ceppi etnici ("tribali"). La sua economia dipende dai frutti
della terra. Ma una delle cause della povertà è che quel
territorio di colline e altopiani coperti di brughiera non
permette grande sviluppo agricolo - e quel poco di colture per il
consumo locale sono ottenute tagliando periodicamente porzioni di
foresta: è l'agricoltura taglia-e-brucia. Ma su quelle colline
deforestate resteranno esposte all'erosione - e ciò peggiora le
prospettive dell'agricoltura, in un circolo vizioso.
E' qui che entra in campo la saggina. Per la precisione la thysanolaena maxima , una specie di ginestra che si adatta alla perfezione alle brughiere del Meghalaya. Non si può neppure dire che sia "coltivata", nel senso che è una pianta perenne, resistente, cresce quasi da sola - perfino sui pendii disseminati di rocce. Da tempo i contadini di quelle colline orientali usavano raccoglierla, farla seccare e poi farne scope come quelle che si vedono usare un po' ovunque in India: fasci di saggina legati attorno a un manico, con cui stuoli di servitori e donne di servizio spazzano i pavimenti a schiena piegata (come se l'umiltà propria del gesto dovesse implicare anche la posizione servile).
Ora, dal 1995 il governo locale ha cominciato a incoraggiare la coltivazione della ginestra. L'anno prima il Dipartimento delle foreste del piccolo stato aveva portato esemplari della saggina alla Fiera di Delhi, dove pare che siano stati molto apprezzati. I dirigenti del servizio forestale hanno compilato diligenti rapporti sulla produzione locale di ginestra e su come migliorarla. Commercianti di Calcutta sono arrivati a Shillong, la capitale del Meghalaya, per fare acquisti. L'anno seguente il prezzo di un quintale di saggina è schizzato in su: da 1.100 a 3000 rupie (una rupia vale circa 50 lire). Il governo ha allora lanciato un programma per incoraggiare l'affare. Le autorità di distretto sono state incaricate di assegnare alle famiglie lotti di due ettari di terra per famiglia. La pianta è produttiva (al quarto anno produce tra 400 e 700 chili per ettaro) e richiede poche cure - a parte togliere un po' di erbacce infestanti, non c'è vero lavoro fino al momento del raccolto, alla fine dell'inverno, in febbraio, quando intere famiglie tagliano e mettono a seccare la ginestra su graticci di pali. Stiamo parlando di un'economia povera, è vero: anche perché i contadini che coltivano, tagliano e fanno seccare la saggina ricevono solo una piccola parte di quelle tremila rupie per quintale, per la precisione circa 160 rupie. Il resto va agli intermediari. Eppure, anche così 40mila famiglie si dedicano a far crescere la ginestra, e il motivo è semplice: una famiglia riesce a guadagnare tra 6 e 7mila rupie extra all'anno, ed è una prospettiva attraente in un'economia dove di denaro ne circola pochissimo - nei mesi invernali, quando l'attività agricola è quasi ferma in attesa del prossimo brucia-e-coltiva, difficilmente in una casa entrano 100 rupie per settimana.
Al dipartimento forestale di Shillong sottolineano altri vantaggi della nuova economia della saggina. La biomassa prodotta dalla ginestra aiuta a recuperare la fertilità dei suoli, dicono. La nuova fonte di reddito fa sì che i contadini non cerchino altri pezzi di foresta da bruciare per coltivare per nutrirsi. Inoltre, la ginestra con i suoi rizomi e le radici fibrose e tenaci trattiene il suolo, aiutando a combatterne l'erosione - che è il grande problema di quelle colline nord-orientali. E tutto per delle umili scope...
E' qui che entra in campo la saggina. Per la precisione la thysanolaena maxima , una specie di ginestra che si adatta alla perfezione alle brughiere del Meghalaya. Non si può neppure dire che sia "coltivata", nel senso che è una pianta perenne, resistente, cresce quasi da sola - perfino sui pendii disseminati di rocce. Da tempo i contadini di quelle colline orientali usavano raccoglierla, farla seccare e poi farne scope come quelle che si vedono usare un po' ovunque in India: fasci di saggina legati attorno a un manico, con cui stuoli di servitori e donne di servizio spazzano i pavimenti a schiena piegata (come se l'umiltà propria del gesto dovesse implicare anche la posizione servile).
Ora, dal 1995 il governo locale ha cominciato a incoraggiare la coltivazione della ginestra. L'anno prima il Dipartimento delle foreste del piccolo stato aveva portato esemplari della saggina alla Fiera di Delhi, dove pare che siano stati molto apprezzati. I dirigenti del servizio forestale hanno compilato diligenti rapporti sulla produzione locale di ginestra e su come migliorarla. Commercianti di Calcutta sono arrivati a Shillong, la capitale del Meghalaya, per fare acquisti. L'anno seguente il prezzo di un quintale di saggina è schizzato in su: da 1.100 a 3000 rupie (una rupia vale circa 50 lire). Il governo ha allora lanciato un programma per incoraggiare l'affare. Le autorità di distretto sono state incaricate di assegnare alle famiglie lotti di due ettari di terra per famiglia. La pianta è produttiva (al quarto anno produce tra 400 e 700 chili per ettaro) e richiede poche cure - a parte togliere un po' di erbacce infestanti, non c'è vero lavoro fino al momento del raccolto, alla fine dell'inverno, in febbraio, quando intere famiglie tagliano e mettono a seccare la ginestra su graticci di pali. Stiamo parlando di un'economia povera, è vero: anche perché i contadini che coltivano, tagliano e fanno seccare la saggina ricevono solo una piccola parte di quelle tremila rupie per quintale, per la precisione circa 160 rupie. Il resto va agli intermediari. Eppure, anche così 40mila famiglie si dedicano a far crescere la ginestra, e il motivo è semplice: una famiglia riesce a guadagnare tra 6 e 7mila rupie extra all'anno, ed è una prospettiva attraente in un'economia dove di denaro ne circola pochissimo - nei mesi invernali, quando l'attività agricola è quasi ferma in attesa del prossimo brucia-e-coltiva, difficilmente in una casa entrano 100 rupie per settimana.
Al dipartimento forestale di Shillong sottolineano altri vantaggi della nuova economia della saggina. La biomassa prodotta dalla ginestra aiuta a recuperare la fertilità dei suoli, dicono. La nuova fonte di reddito fa sì che i contadini non cerchino altri pezzi di foresta da bruciare per coltivare per nutrirsi. Inoltre, la ginestra con i suoi rizomi e le radici fibrose e tenaci trattiene il suolo, aiutando a combatterne l'erosione - che è il grande problema di quelle colline nord-orientali. E tutto per delle umili scope...





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