terra terra
AGRICOLTURA
TERRA TERRA
FRANCO CARLINI
2000.06.22
Percy Schmeiser potrebbe diventare il prossimo eroe
popolare nella battaglia ambientalista contro le sementi
geneticamente modificate. Lui è un coltivatore canadese della
cittadina di Saskatoon, contea di Saskatchewan. E' un duro
montanaro con un rispettabile dossier di alpinista (tre
spedizioni all'Everest). Ma, soprattutto, non sopporta
l'arroganza delle grandi aziende chimico farmaceutiche come la
Monsanto. Così da imputato di furto di geni, si va trasformando
in accusatore del colosso svizzero.
I fatti: per 40 anni Schmeiser ha coltivato le sue rape, alla vecchia maniera. Che non vuol dire biologica, ma piuttosto che ogni anno spruzzava una buona dose di insetticidi e pesticidi e che nei campi così ripuliti successivamente piantava un po' del raccolto dell'anno precedente. Tre anni fa si accorse con stupore che in una zona dei suoi appezzamenti le piante sopravvivevano malgrado l'abbondante irrorazione di Roundup, un classico erbicida della stessa Monsanto. Non riusciva a darsene una ragione, ne chiacchierò con gli amici al bar e, così, essendosi diffusa la voce, arrivarono a casa sua alcuni ispettori di zona del colosso chimico. Controllarono le piante resistenti e non ebbero dubbi: appartenevano a una varietà che appunto resiste agli erbicidi; erano le figlie di una manipolazione genetica tra le più diffuse commercialmente e molto brevettata: piante che possono tollerare abbondanti irrorazioni di chimica, senza esserne danneggiate. In tal modo, garantisce la Monsanto, i vostri campi saranno sempre puliti da erbacce moleste e da insetti nocivi.
Geniale, almeno dal punto di vista degli azionisti: a differenza di altre biomanipolazioni che vogliono evitare l'uso dei composti chimici, convincendo le piante a prodursi da sole le sostanze che tengono lontani i parassiti, in questo caso Monsanto guadagna due volte: vendendo i semi manipolati e vendendo il Roundup. Ma c'è un problema: secondo le buone regole dell'agricoltura - che risalgono a 10 mila anni fa e che furono inventate dai popoli geniali che vivevano tra il Tigri e l'Eufrate - la grande furbata del contadino è di consumare solo una parte del raccolto e di usare la restante come semi per l'anno precedente. Monsanto invece sostiene che questa pratica è un furto: poiché i geni manipolati sono suoi, il fatto di riprodurli di anno in anno attraverso le nuove semine viene considerata una copiatura abusiva (come il pirataggio di un software o di un CD musicale).
Per questo gli agricoltori che comprano i semi di rapa dalla Monsanto devono anche sottoscrivere un contratto capestro, con il quale si impegnano a non riusare il raccolto l'anno dopo e invece a acquistare nuovi semi dal rivenditore autorizzato.
E' qui che si innesta la denuncia contro l'agricoltore canadese: lui sostiene di non averne mai fatto uso e che quei ciuffi resistenti trovati nei suoi campi possono solo essere arrivati trasportati dal vento. Gli avvocati della Monsanto tuttavia non ci credono (dicono che le abusive piante sono troppe) e che evidentemente il signor Schmeiser se le è procurati abusivamente: non risulta infatti tra i clienti registrati.
Ma proprio qui si innesca la svolta e il conflitto legale. Schmeiser infatti contrattacca: io quelle piante non le voglio; sono loro che hanno invaso e inquinato geneticamente la mia fattoria; dunque pagatemi i danni. Attraverso i suoi avvocati si è dunque costituito parte civile in tribunale e chiede 4,2 milioni di dollari di risarcimento. Polemizzando apertamente, egli accusa la Monsanto di comportamento arrogante e di disprezzo dell'ambiente, nonché di avergli rivolto delle accuse diffamatorie. La causa che andrà prossimamente in aula è importante perché tra le critiche che gli ambientalisti fanno alla sperimentazioni in corso c'è proprio la questione della propagazione spontanea dei semi manipolati nei campi vicini. La possibilità è stata verificata ma finora giudicata ridotta e poco probabile dalle aziende di biotecnologie.
I fatti: per 40 anni Schmeiser ha coltivato le sue rape, alla vecchia maniera. Che non vuol dire biologica, ma piuttosto che ogni anno spruzzava una buona dose di insetticidi e pesticidi e che nei campi così ripuliti successivamente piantava un po' del raccolto dell'anno precedente. Tre anni fa si accorse con stupore che in una zona dei suoi appezzamenti le piante sopravvivevano malgrado l'abbondante irrorazione di Roundup, un classico erbicida della stessa Monsanto. Non riusciva a darsene una ragione, ne chiacchierò con gli amici al bar e, così, essendosi diffusa la voce, arrivarono a casa sua alcuni ispettori di zona del colosso chimico. Controllarono le piante resistenti e non ebbero dubbi: appartenevano a una varietà che appunto resiste agli erbicidi; erano le figlie di una manipolazione genetica tra le più diffuse commercialmente e molto brevettata: piante che possono tollerare abbondanti irrorazioni di chimica, senza esserne danneggiate. In tal modo, garantisce la Monsanto, i vostri campi saranno sempre puliti da erbacce moleste e da insetti nocivi.
Geniale, almeno dal punto di vista degli azionisti: a differenza di altre biomanipolazioni che vogliono evitare l'uso dei composti chimici, convincendo le piante a prodursi da sole le sostanze che tengono lontani i parassiti, in questo caso Monsanto guadagna due volte: vendendo i semi manipolati e vendendo il Roundup. Ma c'è un problema: secondo le buone regole dell'agricoltura - che risalgono a 10 mila anni fa e che furono inventate dai popoli geniali che vivevano tra il Tigri e l'Eufrate - la grande furbata del contadino è di consumare solo una parte del raccolto e di usare la restante come semi per l'anno precedente. Monsanto invece sostiene che questa pratica è un furto: poiché i geni manipolati sono suoi, il fatto di riprodurli di anno in anno attraverso le nuove semine viene considerata una copiatura abusiva (come il pirataggio di un software o di un CD musicale).
Per questo gli agricoltori che comprano i semi di rapa dalla Monsanto devono anche sottoscrivere un contratto capestro, con il quale si impegnano a non riusare il raccolto l'anno dopo e invece a acquistare nuovi semi dal rivenditore autorizzato.
E' qui che si innesta la denuncia contro l'agricoltore canadese: lui sostiene di non averne mai fatto uso e che quei ciuffi resistenti trovati nei suoi campi possono solo essere arrivati trasportati dal vento. Gli avvocati della Monsanto tuttavia non ci credono (dicono che le abusive piante sono troppe) e che evidentemente il signor Schmeiser se le è procurati abusivamente: non risulta infatti tra i clienti registrati.
Ma proprio qui si innesca la svolta e il conflitto legale. Schmeiser infatti contrattacca: io quelle piante non le voglio; sono loro che hanno invaso e inquinato geneticamente la mia fattoria; dunque pagatemi i danni. Attraverso i suoi avvocati si è dunque costituito parte civile in tribunale e chiede 4,2 milioni di dollari di risarcimento. Polemizzando apertamente, egli accusa la Monsanto di comportamento arrogante e di disprezzo dell'ambiente, nonché di avergli rivolto delle accuse diffamatorie. La causa che andrà prossimamente in aula è importante perché tra le critiche che gli ambientalisti fanno alla sperimentazioni in corso c'è proprio la questione della propagazione spontanea dei semi manipolati nei campi vicini. La possibilità è stata verificata ma finora giudicata ridotta e poco probabile dalle aziende di biotecnologie.





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