terra terra
BIOTECNOLOGIE
Quel contadino conservatore
FRANCO CARLINI
2000.06.29
Monkombu Swaminathan è un famosissimo genetista indiano,
specializzato in piante. A suo tempo, negli anni '60 e '70, fu
uno dei protagonisti della Rivoluzione Verde, grazie alla quale
la resa di alcune delle coltivazioni cruciali per i popoli del
terzo mondo venne accresciuta vistosamente. Se non servì a
sconfiggere la fame, servì almeno a dare "un pugno di riso a
tutti gli indiani" o quasi.
La settimana scorsa Swaminathan è stato uno degli oratori più importanti e più ascoltati durante l'incontro internazionale sulla Diversità Genetica delle piante che si è tenuto a Kuala Lumpur. Qui ha detto cose assai sensate e dunque, di questi tempi, assai estremiste: "E' venuto infine il momento di porre fine all'amara ironia della povertà dei conservatori e della ricchezza degli utilizzatori. I conservatori sono i popoli e i contadini che per secoli hanno mantenuto e protetto la diversità biologica e ai quali nulla viene riconosciuto per tale lavoro, che pure è prezioso per tutta l'umanità" (e per il business agroalimentare).
Qualcosa effettivamente sta succedendo in questa direzione, ma è troppo poco e troppo ambiguo, ritiene il genetista. Quello che sta delineandosi è questo: dopo sei anni di discussione all'interno della Fao è stato formulato un nuovo protocollo che dovrebbe regolare la questione. In sostanza tutti dovrebbero avere accesso alle varie banche dei semi vegetali (alcune sono preziosissime e contengono varietà rarissime), ma in cambio dovrebbero pagare delle royalties ai paesi in cui quei semi rari si sono sviluppati e sono stati conservati. I relativi dollari verrebbero poi utilizzati dai governi a favore della comunità contadine locali, ma nulla è detto né garantito. L'intero pacchetto verrebbe gestito dall'Istituto per le risorse genetiche vegetali (Ipgri).
Tra gli scettici c'è appunto Swaminathan, il quale pensa che la ricompensa per gli oneri di conservazione debba andare direttamente agli agricoltori. Né sembra sufficiente quanto si delinea all'interno di un altro ente internazionale, il Wto, l'organizzazione mondiale del commercio; qui è stata messa a punto una proposta (Trips, Trade-related intellectual property rights) che vuole ricompensare gli innovatori vegetali, in sostanza coloro che riescono a ottenere delle varietà utili sia con il vecchio sistema degli incroci e delle ibridazioni, sia con l'uso delle biotecnologie. Nulla però è previsto a favore di coloro che hanno mantenuto vivi e attivi i materiali di base, le specie selvatiche e rare. Riconoscere questo valore anche monetario è sia una questione di giustizia che pratica. Infatti senza incentivi adeguati l'abbandono delle zone più dure, dove tuttora si conserva la diversità biologica, sarà inevitabile, e una volta che una specie è andata, non c'è più modo di farla rinascere.
La storia recente del caffè è illuminante in proposito, ed è stata sollevata anche durante l'incontro di Kuala Lumpur. Nell'occasione ha preso la parola Tadesse Gole, un ecologo etiope attualmente all'università di Bonn: "Il mio popolo ha dato al mondo il caffè e ora ci aspettiamo che il mondo collabori con noi per salvarne il patrimonio genetico". E' il caffè arabico alla base di tutte le coltivazioni di tutto il mondo (copre il 90 per cento del mercato), ma di esso esistono diverse varietà, almeno un centinaio. Quando negli anni '70 il caffè brasiliano improvvisamente si ammalò, fu proprio alle foreste dell'Etiopia e alla banca dei semi della città di Jimma che i coltivatori fecero ricorso per azzerare la malattia, utilizzando piante che erano spontaneamente robuste. Il fatto è che le banche dei semi (alcune peraltro in seria difficoltà gestionale e finanziaria) non sempre bastano: la diversità sopravvive davvero e utilmente solo in piena natura. Ma le foreste del paese si sono dimezzate negli ultimi trent'anni e oggi coprono meno di duemila chilometri quadrati.
La settimana scorsa Swaminathan è stato uno degli oratori più importanti e più ascoltati durante l'incontro internazionale sulla Diversità Genetica delle piante che si è tenuto a Kuala Lumpur. Qui ha detto cose assai sensate e dunque, di questi tempi, assai estremiste: "E' venuto infine il momento di porre fine all'amara ironia della povertà dei conservatori e della ricchezza degli utilizzatori. I conservatori sono i popoli e i contadini che per secoli hanno mantenuto e protetto la diversità biologica e ai quali nulla viene riconosciuto per tale lavoro, che pure è prezioso per tutta l'umanità" (e per il business agroalimentare).
Qualcosa effettivamente sta succedendo in questa direzione, ma è troppo poco e troppo ambiguo, ritiene il genetista. Quello che sta delineandosi è questo: dopo sei anni di discussione all'interno della Fao è stato formulato un nuovo protocollo che dovrebbe regolare la questione. In sostanza tutti dovrebbero avere accesso alle varie banche dei semi vegetali (alcune sono preziosissime e contengono varietà rarissime), ma in cambio dovrebbero pagare delle royalties ai paesi in cui quei semi rari si sono sviluppati e sono stati conservati. I relativi dollari verrebbero poi utilizzati dai governi a favore della comunità contadine locali, ma nulla è detto né garantito. L'intero pacchetto verrebbe gestito dall'Istituto per le risorse genetiche vegetali (Ipgri).
Tra gli scettici c'è appunto Swaminathan, il quale pensa che la ricompensa per gli oneri di conservazione debba andare direttamente agli agricoltori. Né sembra sufficiente quanto si delinea all'interno di un altro ente internazionale, il Wto, l'organizzazione mondiale del commercio; qui è stata messa a punto una proposta (Trips, Trade-related intellectual property rights) che vuole ricompensare gli innovatori vegetali, in sostanza coloro che riescono a ottenere delle varietà utili sia con il vecchio sistema degli incroci e delle ibridazioni, sia con l'uso delle biotecnologie. Nulla però è previsto a favore di coloro che hanno mantenuto vivi e attivi i materiali di base, le specie selvatiche e rare. Riconoscere questo valore anche monetario è sia una questione di giustizia che pratica. Infatti senza incentivi adeguati l'abbandono delle zone più dure, dove tuttora si conserva la diversità biologica, sarà inevitabile, e una volta che una specie è andata, non c'è più modo di farla rinascere.
La storia recente del caffè è illuminante in proposito, ed è stata sollevata anche durante l'incontro di Kuala Lumpur. Nell'occasione ha preso la parola Tadesse Gole, un ecologo etiope attualmente all'università di Bonn: "Il mio popolo ha dato al mondo il caffè e ora ci aspettiamo che il mondo collabori con noi per salvarne il patrimonio genetico". E' il caffè arabico alla base di tutte le coltivazioni di tutto il mondo (copre il 90 per cento del mercato), ma di esso esistono diverse varietà, almeno un centinaio. Quando negli anni '70 il caffè brasiliano improvvisamente si ammalò, fu proprio alle foreste dell'Etiopia e alla banca dei semi della città di Jimma che i coltivatori fecero ricorso per azzerare la malattia, utilizzando piante che erano spontaneamente robuste. Il fatto è che le banche dei semi (alcune peraltro in seria difficoltà gestionale e finanziaria) non sempre bastano: la diversità sopravvive davvero e utilmente solo in piena natura. Ma le foreste del paese si sono dimezzate negli ultimi trent'anni e oggi coprono meno di duemila chilometri quadrati.





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