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La "marcia" contro il sale iodato
MARINA FORTI
2000.07.15
A chi deve prestare ascolto il ministro della sanità, alla comunità scientifica o ai piccoli produttori di sale? Stiamo parlando del ministro della sanità dell'Unione indiana, e della sua proposta di abrogare il divieto di mettere in commercio sale non-iodato per il consumo umano.
Strana proposta da parte di un responsabile pubblico della sanità. Aggiungere iodio al sale da cucina è una misura adottata in molti paesi per combattere la malattia comunemente chiamata "cretinismo", un ritardo mentale legato alla mancanza di iodio. Lo iodio è essenziale al funzionamento dell'organismo umano e in particolare allo sviluppo cerebrale; è essenziale in particolare per le donne in gravidanza e i bambini. In India l'obbligo di aggiungere iodio al sale data dal 1987 e vige in tutti gli stati indiani escluso uno, il Kerala; oggi il 75% delle case indiane consumano sale iodato.
Da qualche tempo però alcune associazioni chiedono di togliere il bando sul sale prodotto localmente e senza aggiunta di iodio. Raccolte in un fronte, queste associazioni sostengono che l'aggiunta obbligatoria di iodio è non necessaria dal punto di vista sanitario ed è invece un danno per la parte più povera della società, dato che il sale non iodato costa meno. Già nel '97 il governo aveva avanzato l'ipotesi di abrogare il divieto sul sale non-iodato. Ora il ministro C.P. Thakur torna sulla questione.
La proposta ha fatto insorgere la comunità medica. Un gruppo di noti dottori e scienziati ha firmato una dichiarazione per chiedere che il programma diffusione dello iodio continui: la deficienza di iodio, dicono, "è tra le cause di ritardo mentale la più facile da prevenire", e sarebbe un "disastro nazionale" abbandonare quel programma ora che siamo sull'orlo di un successo di salute pubblica. Secondo l'International Council for Control of Iodine Deficiency Disorders, 200 milioni in India sono a rischio di deficienza di iodio e 70 milioni mostrano segno di "gozzo", l'ingrossamento della tiroide che segnala la mancanza di iodio. Il governo ignora gli aspetti scientifici della questione, accusano, ma la salute pubblica non può rispondere a logiche politiche.
Logiche politiche? Le associazioni che chiedono di legalizzare il sale non iodato affermano di richiamarsi all'ideologia gandhiana (povero Gandhi, tirato da tutti i lati). Sostengono che il sale comune prodotto artigianalmente e senza iodio aggiunto è meglio per i poveri indiani, perché costa meno. Hanno trovato scienziati disposti a sostenere che l'efficacia dello iodio nel combattere il cretinismo non è dimostrata, e perfino che l'eccesso di iodio nella dieta giornaliera può causare danni quali la depressione mentale, l'insonnia o l'impotenza sessuale. Aggiungono un tocco di patriottismo: "il sale comune è un patrimonio nazionale della lotta per la libertà in India, nessuno ha il diritto di insultarlo" - il richiamo è alla storica marcia per il sale lanciata dal Mahatma Gandhi negli anni '40 per rompere il monopolio dello stato coloniale britannico. Oggi, insinuano questi "gandhiani", sono le multinazionali che impongono lo iodio per fare il proprio interesse...
Un servizio di Down to Earth , il quindicinale pubblicato a New Delhi dal Centre for Science and Ecology (uno dei più autorevoli gruppi ambientalisti di tutta l'Asia), contesta la demagogia di questi argomenti: in effetti lo iodio è per lo più importato, ma pare che l'aggiunta al sale da cucina sia una quota poco importante rispetto ad altri usi industriali. Né si può sostenere che i produttori locali siano danneggiati: il loro sale è messo in commercio con l'aggiunta di iodio, oltre che per usi diversi dal consumo umano. Aggiungere iodio al sale corta mezza rupia (25 lire) per persona all'anno, calcola il quindicinale ambientalista: se poi costa di più è perché viene raffinato, confezionato, pubblicizzato. I medici interpellati fanno notare che la tossicità dello iodio è studiata da 50 anni, e i rischi appaiono minimi - mentre enormi sono i benefici accertati.
 
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