terra terra
ANIMALI
E gli avvoltoi dimenticarono il volo
FRANCO CARLINI
2000.09.02
Era il 1887 e una spedizione militare italiana si aggirava per il
Corno d'Africa, in Eritrea. Si erano portati delle mucche da casa
e una di loro era ammalata di peste bovina (
rinderpest
).
Si tratta di una malattia di origine asiatica che periodicamente
arriva in Europa. Ma in Africa non aveva mai fatto strada, forse
perché i cammelli ne sono immuni. Questa volta, grazie agli
italiani, si propagò per tutto il continente, in pochi anni
arrivando all'Atlantico e fino in Sud Africa. Lungo il percorso
faceva strage dei bovini su cui avevano fondato le loro economie
i popoli africani. L'intera storia è stata ricostruita nel 1994
da John Rowe, uno storico della Northwestern university di
Evanston, nell'Illinois, e di recente riproposta in un saggio
della rivista inglese New Scientist (12 agosto 2000, pag. 30).
Secondo Rowe, dunque, la mortalità dei bovini raggiunse il 90 per cento e per le popolazioni umane fu un'esperienza devastante, da cui non si sarebbero più sollevate. I Masai usano tuttora un termine specifico, "enkidaaroto", per indicare quel disastro, che li colpì nel 1891; un vecchio Masai di cui è stata raccolta la testimonianza orale ricorda che le carcasse degli animali erano così numerose che "gli avvoltoi avevano dimenticato come si fa a volare". John Ford che ha condotto delle ricerche nella regione a occidente del Lago Vittoria, stima che in due soli distretti della regione la popolazione locale di bestiame sia passata da 400 mila capi nel 1891 a 20 mila l'anno seguente.
Ma la cosa importante da capire è che quella malattia del bestiame trascinò con sé altri disastri irrecuperabili. Uno di questi fu una maggiore virulenza della mosca tse tse, nociva agli animali e agli umani. Apparentemente sembra strano, perché con la morte dei bovini si riduceva anche la possibilità di propagazione. Ma l'ecologia ha percorsi strani e sottili: i bovini, pascolando, riducevano l'habitat preferito della mosca che predilige i terreni lussureggianti; scomparsi loro, ecco che le mosche trovarono un ottimo terreno di crescita e a tuttora la malattia che esse veicolano è seconda sola all'Aids tra le fonti di mortalità nell'Africa.
Quanto alle popolazioni indigene, prive di cibo e di sostentamento, e persino delle bestie con cui arare i campi, precipitarono in situazioni di indigenza estrema. Frederik Lugard, un capitano inglese che operò in Kenya negli ultimi anni del secolo, attribuisce alla diffusione del virus e alle sue conseguenze l'estrema facilità con cui le potenze coloniali europee poterono impadronirsi di vasti territori: "l'avvento dell'uomo bianco non era mai stato così pacifico".
Dettagliando egregiamente questa storia dolorosa, la rivista inglese si spinge anche più in là, sul terreno culturale. La tesi avanzata è la seguente: passata la grande strage del virus, i conquistatori europei si trovarono di fronte a un paesaggio che era diversissimo da quello che era stato solo un decennio prima, ma essi credettero che quella fosse l'Africa naturale, come era sempre stata: una savana non coltivata, dove non c'erano più animali da pascolo, ma dove invece avevano ripreso piede per prime (perché immuni) le specie selvagge: leoni, elefanti, gazzelle, giraffe. Nasce da lì, da quel "caso" della storia, l'immagine (artificiosa) della natura africana che i parchi e le riserve naturali oggi cercano di preservare. E' il frutto, sostiene la rivista, di un grande equivoco e di una costruzione intellettuale tipicamente occidentale. Nasce anche da lì l'idea culturale delle riserve, come teorizzata ad esempio dal biologo tedesco Berngard Grzimeck, a proposito del Serengeti: "Un parco nazionale deve rimanere un pezzo di natura primordiale per essere effettivo ... nessuno, nemmeno i nativi, deve vivere all'interno dei suoi confini. In realtà l'Africa non era mai stata così, era anzi più popolata e antropomorfizzata di quanto gli esploratori immaginavano. Ma gli europei, dopo averla conquistata con le malattie involontarie, la piegarono anche alle loro idee romantiche di natura.
Secondo Rowe, dunque, la mortalità dei bovini raggiunse il 90 per cento e per le popolazioni umane fu un'esperienza devastante, da cui non si sarebbero più sollevate. I Masai usano tuttora un termine specifico, "enkidaaroto", per indicare quel disastro, che li colpì nel 1891; un vecchio Masai di cui è stata raccolta la testimonianza orale ricorda che le carcasse degli animali erano così numerose che "gli avvoltoi avevano dimenticato come si fa a volare". John Ford che ha condotto delle ricerche nella regione a occidente del Lago Vittoria, stima che in due soli distretti della regione la popolazione locale di bestiame sia passata da 400 mila capi nel 1891 a 20 mila l'anno seguente.
Ma la cosa importante da capire è che quella malattia del bestiame trascinò con sé altri disastri irrecuperabili. Uno di questi fu una maggiore virulenza della mosca tse tse, nociva agli animali e agli umani. Apparentemente sembra strano, perché con la morte dei bovini si riduceva anche la possibilità di propagazione. Ma l'ecologia ha percorsi strani e sottili: i bovini, pascolando, riducevano l'habitat preferito della mosca che predilige i terreni lussureggianti; scomparsi loro, ecco che le mosche trovarono un ottimo terreno di crescita e a tuttora la malattia che esse veicolano è seconda sola all'Aids tra le fonti di mortalità nell'Africa.
Quanto alle popolazioni indigene, prive di cibo e di sostentamento, e persino delle bestie con cui arare i campi, precipitarono in situazioni di indigenza estrema. Frederik Lugard, un capitano inglese che operò in Kenya negli ultimi anni del secolo, attribuisce alla diffusione del virus e alle sue conseguenze l'estrema facilità con cui le potenze coloniali europee poterono impadronirsi di vasti territori: "l'avvento dell'uomo bianco non era mai stato così pacifico".
Dettagliando egregiamente questa storia dolorosa, la rivista inglese si spinge anche più in là, sul terreno culturale. La tesi avanzata è la seguente: passata la grande strage del virus, i conquistatori europei si trovarono di fronte a un paesaggio che era diversissimo da quello che era stato solo un decennio prima, ma essi credettero che quella fosse l'Africa naturale, come era sempre stata: una savana non coltivata, dove non c'erano più animali da pascolo, ma dove invece avevano ripreso piede per prime (perché immuni) le specie selvagge: leoni, elefanti, gazzelle, giraffe. Nasce da lì, da quel "caso" della storia, l'immagine (artificiosa) della natura africana che i parchi e le riserve naturali oggi cercano di preservare. E' il frutto, sostiene la rivista, di un grande equivoco e di una costruzione intellettuale tipicamente occidentale. Nasce anche da lì l'idea culturale delle riserve, come teorizzata ad esempio dal biologo tedesco Berngard Grzimeck, a proposito del Serengeti: "Un parco nazionale deve rimanere un pezzo di natura primordiale per essere effettivo ... nessuno, nemmeno i nativi, deve vivere all'interno dei suoi confini. In realtà l'Africa non era mai stata così, era anzi più popolata e antropomorfizzata di quanto gli esploratori immaginavano. Ma gli europei, dopo averla conquistata con le malattie involontarie, la piegarono anche alle loro idee romantiche di natura.




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