terra terra
AGRICOLTURA
Manipolata la patata del Kenya
FRANCO CARLINI
2000.09.23
Tra i paesi africani il Kenya è quello che con
maggiore decisione sta aprendo la strada alle biotecnologie
nell'agricoltura. L'oggetto principale della sperimentazione è la
patata dolce, un cibo assai diffuso, anche perché si può
conservare e usarlo nei periodi di siccità. In aprile il governo
ha dato il via libera, le sperimentazioni sul campo sono iniziate
e l'intero progetto, pilotato dal
Kari
(Kenya
Agricultural Research Institute) dovrebbe andare a regime entro
18 mesi. Lo conferma un recente servizio giornalistico
dell'agenzia ambientale
Environment news service
. La
patata manipolata geneticamente proviene dai laboratori del
colosso chimico Monsanto, il quale ha deciso di concederne
gratuitamente l'utilizzo. La modifica consiste nell'inserimento
di un gene che rende il tubero resistente a un virus che colpisce
pesantemente i raccolti. I funzionari governativi citano due
dati, a conferma della bontà della scelta: l'80 per cento dei
raccolti va perduta per colpa del virus; la resa delle
coltivazioni di patata dolce è di sole sei tonnellate per ettaro,
contro le 14 della media mondiale.
L'obiettivo dunque è di aumentare vistosamente i raccolti, a prescindere da tutte le polemiche sulle sementi manipolate geneticamente, che sono viste soprattutto come una battaglia europea: "La nostra posizione in Kenya è che le biotecnologie non sono un problema. La povertà lo è", ha dichiarato all'agenzia Shem Adhola, un alto funzionario del ministero dell'agricoltura.
La decisione rappresenta senza dubbio un successo per Florence Wambugu, forse la più nota genetista delle piante di origine africana. Anche lei, in una lunga intervista rilasciata il 27 maggio scorso alla rivista inglese New Scientist ( http://www.newscientist.com/opinion/opinion.jsp?id=ns224024 ) batte il tasto della povertà e dell'urgenza assoluta di fare uscire il paese dalla fame: "una persona affamata non è un mito. E' una persona che io conosco". Wambugu proviene da una famiglia numerosa, che tuttavia è riuscita a farla studiare, prima in Inghilterra e poi in America, ma aveva sempre desiderato tornare nel suo paese per rendersi utile. Come genetista venne contattata dalla Monsanto per lavorare al progetto. Fu lei a selezionare le diverse varietà di patata su cui fare la prova per dieci anni. E' anche grazie a lei, si presume, che la casa chimica ha deciso di lasciare tutti i diritti di proprietà intellettuale al Kenya: in pratica una grande e ottima operazione di pubbliche relazioni. Della Monsanto Wambugu è anche azionista e non lo nasconde, ma reagisce con una certa insofferenza alle critiche europee: "In Europa avete un surplus di cibo. Non avete nessuna vera necessità di semi transgenici - nessuno è affamato. Ma qui ce n'è un vero bisogno e i veri affamati sono qui".
Quanto ai test, all'impatto ambientale e alla sicurezza, la genetista sembra non avere i dubbi che invece vengono ancora tenuti aperti dal suo collega Hans Herren, che a Nairobi dirige il centro internazionale sulla fisiologia e l'ecologia degli insetti. Abbiamo alle spalle dieci anni di sperimentazione, e tutto è stato verificato - insiste, ricordando che su questo terreno il suo Kenya è sovrano e non è colonizzato da nessuno.
La posizione di Wambugu è certo sincera quanto estremista nelle enunciazioni, e tuttavia non va assolutamente accantonata con un'alzata di spalle. Sono numerosi infatti i ricercatori asiatici e africani che la pensano esattamente come lei: non si nascondono i problemi politici ed economici di dipendenza dalle grandi case agroalimentari; anzi pensano che sia proprio questo l'unico terreno di battaglia sensato e meritevole di impegno; vogliono cavalcare le biotecnologie e conoscerle fino in fondo per non farsi portare via il patrimonio genetico, magari poi dovendolo ricomprare sotto forma di piante modificate d'importazione. Ma non hanno dubbi che gli organismi geneticamente modificati ci vogliano e siano una speranza. Anche questa è una contraddizione, all'interno del cosiddetto popolo di Seattle, e verrà alla superficie sempre più nettamente.
L'obiettivo dunque è di aumentare vistosamente i raccolti, a prescindere da tutte le polemiche sulle sementi manipolate geneticamente, che sono viste soprattutto come una battaglia europea: "La nostra posizione in Kenya è che le biotecnologie non sono un problema. La povertà lo è", ha dichiarato all'agenzia Shem Adhola, un alto funzionario del ministero dell'agricoltura.
La decisione rappresenta senza dubbio un successo per Florence Wambugu, forse la più nota genetista delle piante di origine africana. Anche lei, in una lunga intervista rilasciata il 27 maggio scorso alla rivista inglese New Scientist ( http://www.newscientist.com/opinion/opinion.jsp?id=ns224024 ) batte il tasto della povertà e dell'urgenza assoluta di fare uscire il paese dalla fame: "una persona affamata non è un mito. E' una persona che io conosco". Wambugu proviene da una famiglia numerosa, che tuttavia è riuscita a farla studiare, prima in Inghilterra e poi in America, ma aveva sempre desiderato tornare nel suo paese per rendersi utile. Come genetista venne contattata dalla Monsanto per lavorare al progetto. Fu lei a selezionare le diverse varietà di patata su cui fare la prova per dieci anni. E' anche grazie a lei, si presume, che la casa chimica ha deciso di lasciare tutti i diritti di proprietà intellettuale al Kenya: in pratica una grande e ottima operazione di pubbliche relazioni. Della Monsanto Wambugu è anche azionista e non lo nasconde, ma reagisce con una certa insofferenza alle critiche europee: "In Europa avete un surplus di cibo. Non avete nessuna vera necessità di semi transgenici - nessuno è affamato. Ma qui ce n'è un vero bisogno e i veri affamati sono qui".
Quanto ai test, all'impatto ambientale e alla sicurezza, la genetista sembra non avere i dubbi che invece vengono ancora tenuti aperti dal suo collega Hans Herren, che a Nairobi dirige il centro internazionale sulla fisiologia e l'ecologia degli insetti. Abbiamo alle spalle dieci anni di sperimentazione, e tutto è stato verificato - insiste, ricordando che su questo terreno il suo Kenya è sovrano e non è colonizzato da nessuno.
La posizione di Wambugu è certo sincera quanto estremista nelle enunciazioni, e tuttavia non va assolutamente accantonata con un'alzata di spalle. Sono numerosi infatti i ricercatori asiatici e africani che la pensano esattamente come lei: non si nascondono i problemi politici ed economici di dipendenza dalle grandi case agroalimentari; anzi pensano che sia proprio questo l'unico terreno di battaglia sensato e meritevole di impegno; vogliono cavalcare le biotecnologie e conoscerle fino in fondo per non farsi portare via il patrimonio genetico, magari poi dovendolo ricomprare sotto forma di piante modificate d'importazione. Ma non hanno dubbi che gli organismi geneticamente modificati ci vogliano e siano una speranza. Anche questa è una contraddizione, all'interno del cosiddetto popolo di Seattle, e verrà alla superficie sempre più nettamente.





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