terra terra
RIFIUTI TOSSICI
Pattumiere di confine
BRUNO STEPHANE
2000.09.29
Il piccolo sperduto comune di Guadalcazar, nel
desertico stato messicano di San Luis Potosì al confine con gli
Usa, all'improvviso è diventato internazionalmente celebre. Uno
speciale tribunale interamericano, incaricato degli adempimenti
legali e delle regolamentazioni relative al Trattato di libero
commercio Usa-Messico-Canada, ha infatti condannato lo stato
messicano a pagare un risarcimento di 16 milioni di dollari alla
società statunitense Metalclad Co.
Questa azienda di trattamento e riciclaggio dei residui tossici aveva ottenuto già nel 1992 da una agenzia del ministero dell'ambiente messicano e dall'Instituto Nacional de Ecologia (Ine) il permesso di creare un deposito di residui pericolosi di provenienza statunitense in una vallata desertica di 800 ettari chiamata localmente La Pedrera. Va detto che in precedenza nella zona in questione operava un'impresa messicana la quale aveva immagazzinato e processato illegalmente 20.000 tonnellate di rifiuti altamente pericolosi. Per questo era stata finalmente fatta chiudere. Per la nuova concessione erano state tenute diverse audizioni pubbliche, dedicate ai temi della salute ambientale e gli organismi statali avevano condizionato la riapertura del sito pattumiera al compimento di almeno 37 distinte misure di sicurezza. La stessa compagnia statunitense Metalclad, acquisendo le azioni della precedente si era impegnata a risolvere l'inquinamento con tecnologie di biorisanamento d'avanguardia.
Seguirono tuttavia delle campagne intense di vari gruppi ambientalisti: mettevano giustamente in causa la leggerezza delle autorità statali nell'emettere licenze e permessi di interramento nel sito della Pedrera; alla fine dunque le autorità federali decisero di revocare i permessi alla Metalclad. La quale tuttavia non si diede per vinta, anzi vide nella revoca una insperata possibilità di profitto: sostenne di aver già cominciato a investire e a realizzare nelle infrastrutture del risanamento sperimentale e chiese di conseguenza un risarcimento di 90 milioni di dollari, quello che il tribunale le ha ora riconosciuto, sia pure per una cifra inferiore.
A molti ecologisti tuttavia la stessa revoca sembrava sospetta e molto tattica; si parla molto, infatti, della imminente apertura di una nuova "pattumiera speciale" nello stato attiguo di Nuevo Léon, in un sito più discreto; resta tuttavia una vittoria almeno parziale per le associazioni e i movimenti che non smettono di organizzare campagne ed azioni di protezione per gli ecosistemi desertici al confine Usa-Messico (anche in precedenti occasioni questa rubrica se ne è occupata).
Questi territori di confine sono da sempre utilizzati come pattumiere semi ufficiali (come quella dei rifiuti nucleari di Lagunas Blancas), restando sconosciute ai comuni mortali; ovvero come aree industriali per produzioni pericolose e delicate: è di questi giorni la notizia dell'esplosione della fabbrica Fertimex-Tekhen che in Salamanca fabbricava degli insetticidi proibiti come malation e paration; l'incidente ha provocato l'intossicazione di 6000 abitanti; oppure diventano terre di nessuno (no-man's land) dove giornalmente centinaia di poveri centroamericani sfidano la morte e il carcere per cercare una possibilità di sopravvivenza nei ridenti Usa confinanti.
Di qua il Messico, di là il Texas. Su questi territori di confine sembra che già esista un accordo tra il candidato presidente repubblicano, il governatore texano Bush jr. (tra l'altro di madre messicana) e il nuovo presidente messicano Vicente Fox; riguarderebbe la creazione di "nuovi progetti" nei poli di sviluppo economico binazionale. Ma dietro a tali generiche ed ambigue definizioni di grandi progettualità neoliberali, sono in molti, anche fra gli addetti ai lavori, a interrogarsi sugli effettivi impatti ambientali di questi progetti frontalieri sugli ecosistemi desertici. Tutto il border, del resto, ovvero il confine tra Messico e Usa, è caratterizzato da una regola aurea: inquinamento al sud, sovra profitti al nord.
Questa azienda di trattamento e riciclaggio dei residui tossici aveva ottenuto già nel 1992 da una agenzia del ministero dell'ambiente messicano e dall'Instituto Nacional de Ecologia (Ine) il permesso di creare un deposito di residui pericolosi di provenienza statunitense in una vallata desertica di 800 ettari chiamata localmente La Pedrera. Va detto che in precedenza nella zona in questione operava un'impresa messicana la quale aveva immagazzinato e processato illegalmente 20.000 tonnellate di rifiuti altamente pericolosi. Per questo era stata finalmente fatta chiudere. Per la nuova concessione erano state tenute diverse audizioni pubbliche, dedicate ai temi della salute ambientale e gli organismi statali avevano condizionato la riapertura del sito pattumiera al compimento di almeno 37 distinte misure di sicurezza. La stessa compagnia statunitense Metalclad, acquisendo le azioni della precedente si era impegnata a risolvere l'inquinamento con tecnologie di biorisanamento d'avanguardia.
Seguirono tuttavia delle campagne intense di vari gruppi ambientalisti: mettevano giustamente in causa la leggerezza delle autorità statali nell'emettere licenze e permessi di interramento nel sito della Pedrera; alla fine dunque le autorità federali decisero di revocare i permessi alla Metalclad. La quale tuttavia non si diede per vinta, anzi vide nella revoca una insperata possibilità di profitto: sostenne di aver già cominciato a investire e a realizzare nelle infrastrutture del risanamento sperimentale e chiese di conseguenza un risarcimento di 90 milioni di dollari, quello che il tribunale le ha ora riconosciuto, sia pure per una cifra inferiore.
A molti ecologisti tuttavia la stessa revoca sembrava sospetta e molto tattica; si parla molto, infatti, della imminente apertura di una nuova "pattumiera speciale" nello stato attiguo di Nuevo Léon, in un sito più discreto; resta tuttavia una vittoria almeno parziale per le associazioni e i movimenti che non smettono di organizzare campagne ed azioni di protezione per gli ecosistemi desertici al confine Usa-Messico (anche in precedenti occasioni questa rubrica se ne è occupata).
Questi territori di confine sono da sempre utilizzati come pattumiere semi ufficiali (come quella dei rifiuti nucleari di Lagunas Blancas), restando sconosciute ai comuni mortali; ovvero come aree industriali per produzioni pericolose e delicate: è di questi giorni la notizia dell'esplosione della fabbrica Fertimex-Tekhen che in Salamanca fabbricava degli insetticidi proibiti come malation e paration; l'incidente ha provocato l'intossicazione di 6000 abitanti; oppure diventano terre di nessuno (no-man's land) dove giornalmente centinaia di poveri centroamericani sfidano la morte e il carcere per cercare una possibilità di sopravvivenza nei ridenti Usa confinanti.
Di qua il Messico, di là il Texas. Su questi territori di confine sembra che già esista un accordo tra il candidato presidente repubblicano, il governatore texano Bush jr. (tra l'altro di madre messicana) e il nuovo presidente messicano Vicente Fox; riguarderebbe la creazione di "nuovi progetti" nei poli di sviluppo economico binazionale. Ma dietro a tali generiche ed ambigue definizioni di grandi progettualità neoliberali, sono in molti, anche fra gli addetti ai lavori, a interrogarsi sugli effettivi impatti ambientali di questi progetti frontalieri sugli ecosistemi desertici. Tutto il border, del resto, ovvero il confine tra Messico e Usa, è caratterizzato da una regola aurea: inquinamento al sud, sovra profitti al nord.




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