terra terra
ENERGIA
Il Silicio chiede energia e va in rosso
FRANCO CARLINI
2000.10.05
La benzina e il suo costo, mai così alto per gli automobilisti
americani, sono destinati a pesare nella campagna per le elezioni
presidenziali. Da un lato c'è George Bush, che viene dal Texas ed
è "naturalmente" amico delle imprese petrolifere, dall'altro c'è
Al Gore, notoriamente ambientalista. Ma la protezione
dell'ambiente è più popolare quando il gallone costa poco e ci si
può dedicare alle sequoie. Per questo Bush sta giocando le sue
carte con una certa spregiudicatezza. Il suo programma energetico
l'ha presentato nei giorni scorsi a Saginaw nel Michigan e il suo
punto caldo, prevalentemente simbolico, è la proposta di
autorizzare delle "esplorazioni petrolifere ambientalmente
responsabili" nei territori dell'Alaska. Tra le zone colpite
dalle trivellazioni ci sarebbero anche i seimila chilometri
quadrati dell'
Arctic national wildlife refuge
. E così ha
spiegato la sua scelta: "L'America deve avere una politica
energetica che guardi al futuro, ma faccia fronte alle necessità
del presente. Io penso che possiamo sviluppare le nostre risorse
naturali e insieme proteggere l'ambiente". Nessuna
contraddizione, sostiene.
La questione è largamente simbolica, ma non per questo meno scottante. In effetti, anche iniziando le ricerche adesso, sarebbero necessari almeno dieci d'anni prima che quei giacimenti fossero utilizzabili per rifornire le pompe di benzina americane. E i dati geologici disponibili dicono che non ne varrebbe affatto la pena; si tratta infatti di giacimenti piccoli (in totale dieci miliardi di barili), che coprirebbero il fabbisogno americano soltanto per breve tempo. E' quanto ha fatto notare il candidato democratico alla vicepresidenza, Joseph Lieberman: "Per sei mesi di benzina di qui a dieci anni si causerebbe un danno irreversibile a una delle più stupefacenti creazioni di Dio e a una delle più pure riserve di questo tipo al mondo (...) I nostri figli e la nostra nazione meritano di meglio". Come si vede la retorica non manca, anche quando gli argomenti sono convincenti.
D'altra parte in una cosa il candidato Bush ha ragione: malgrado i valori ambientali proclamati, la presidenza Clinton non ha prodotto molti risultati sul fronte della politica energetica del paese. Tanto meno sul piano delle fonti alternative. Anzi il successo economico così sconvolgente (alta produttività, bassa inflazione, new economy) ha consentito un po' a tutti di trascurare il problema, almeno fino al recente rialzo del barile del greggio. Il caso più eclatante - in negativo - è quello della Silicon Valley, dove c'è la più alta concentrazione di aziende di alta tecnologia e dell'Internet. Qui il 16 giugno scorso si è verificato un clamoroso blackout, durato diverse ore, con danni economici elevati perché ogni minuto di produzione perduta si misura in miliardi. Ma non c'è da meravigliarsi, anzi semmai ci sarebbe da chiedersi grazie a quale fortuna il grande blocco elettrico non sia arrivato prima. Un dato per tutti: nel 1988 la commissione per l'energia della California prevedeva nell'anno 2000 un fabbisogno di 53 mila megawatt e invece il consumo attuale è già di 56 mila. La differenza, giusto per capirsi, equivale alla potenza necessaria ad alimentare due milioni di abitazioni. Altro che economia virtuale - ha commentato sul giornale locale Mark Mills, un consulente energetico - questi sono consumi veri. Il fatto è che fino al 1995 la domanda e l'offerta di elettricità in zona erano pressocché in pareggio, ma da quell'anno la produzione è cresciuta solo dell'uno per cento, ma la domanda dell'11,5. La città di San José, per esempio, succhia 2.535 megawatt dall'esterno e ne produce in proprio solo 165. Il sovraconsumo comincia nelle abitazioni di alto reddito, ma diventa enorme nelle web farm costruite in zona da aziende come Exodus communications , Intel e Inktomi ; sono gigantesche strutture, con centinaia di computer che gestiscono le attività di rete per conto terzi e i loro consumi di energia elettrica per metro quadrato sono dieci volte superiori a quelle di un normale centro commerciale.
La questione è largamente simbolica, ma non per questo meno scottante. In effetti, anche iniziando le ricerche adesso, sarebbero necessari almeno dieci d'anni prima che quei giacimenti fossero utilizzabili per rifornire le pompe di benzina americane. E i dati geologici disponibili dicono che non ne varrebbe affatto la pena; si tratta infatti di giacimenti piccoli (in totale dieci miliardi di barili), che coprirebbero il fabbisogno americano soltanto per breve tempo. E' quanto ha fatto notare il candidato democratico alla vicepresidenza, Joseph Lieberman: "Per sei mesi di benzina di qui a dieci anni si causerebbe un danno irreversibile a una delle più stupefacenti creazioni di Dio e a una delle più pure riserve di questo tipo al mondo (...) I nostri figli e la nostra nazione meritano di meglio". Come si vede la retorica non manca, anche quando gli argomenti sono convincenti.
D'altra parte in una cosa il candidato Bush ha ragione: malgrado i valori ambientali proclamati, la presidenza Clinton non ha prodotto molti risultati sul fronte della politica energetica del paese. Tanto meno sul piano delle fonti alternative. Anzi il successo economico così sconvolgente (alta produttività, bassa inflazione, new economy) ha consentito un po' a tutti di trascurare il problema, almeno fino al recente rialzo del barile del greggio. Il caso più eclatante - in negativo - è quello della Silicon Valley, dove c'è la più alta concentrazione di aziende di alta tecnologia e dell'Internet. Qui il 16 giugno scorso si è verificato un clamoroso blackout, durato diverse ore, con danni economici elevati perché ogni minuto di produzione perduta si misura in miliardi. Ma non c'è da meravigliarsi, anzi semmai ci sarebbe da chiedersi grazie a quale fortuna il grande blocco elettrico non sia arrivato prima. Un dato per tutti: nel 1988 la commissione per l'energia della California prevedeva nell'anno 2000 un fabbisogno di 53 mila megawatt e invece il consumo attuale è già di 56 mila. La differenza, giusto per capirsi, equivale alla potenza necessaria ad alimentare due milioni di abitazioni. Altro che economia virtuale - ha commentato sul giornale locale Mark Mills, un consulente energetico - questi sono consumi veri. Il fatto è che fino al 1995 la domanda e l'offerta di elettricità in zona erano pressocché in pareggio, ma da quell'anno la produzione è cresciuta solo dell'uno per cento, ma la domanda dell'11,5. La città di San José, per esempio, succhia 2.535 megawatt dall'esterno e ne produce in proprio solo 165. Il sovraconsumo comincia nelle abitazioni di alto reddito, ma diventa enorme nelle web farm costruite in zona da aziende come Exodus communications , Intel e Inktomi ; sono gigantesche strutture, con centinaia di computer che gestiscono le attività di rete per conto terzi e i loro consumi di energia elettrica per metro quadrato sono dieci volte superiori a quelle di un normale centro commerciale.





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