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PETROLIO
Thailandia, guerra all'oleodotto
MARINA FORTI
2000.10.29
La notizia ci arriva attraverso le reti
elettroniche. Il 22 ottobre scorso gli abitanti di parecchi
villaggi della provincia di Songkhla, Thailandia, hanno assaltato
un comando di polizia a colpi di pietre e bottiglie molotov. Il
loro gesto ha lanciato una campagna nazionale contro la
costruzione di un nuovo oleodotto - e contro il governo, accusato
di prendere decisioni senza consultare le popolazioni locali.
L'oleodotto in questione dovrebbe collegare una zona meridionale della Thailandia al campo petrolifero noto come Thailand-Malaysia Joint Development Area, affacciato sul Golfo del Siam. La costruzione della pipeline dovrebbe cominciare l'anno prossimo, e costringerà a evacuare ben 40 villaggi (i cui abitanti non perderanno solo la casa ma i campi, cioè il lavoro e reddito). Ma dopo le proteste, il progetto sembra in pericolo.
La mobilitazione dei villaggi di Songkhla era cominciata il 21 ottobre. Almeno 200 persone si erano raccolte davanti al campo sportivo della cittadina di Hat Yai, per bloccare un "forum pubblico" convocato dalle autorità per approvare il progetto. E' la solita farsa, accusavano: il governo firma i contratti, poi fa la messinscena dell'assemblea pubblica e ordina valutazioni di impatto ambientale e sociale - tanto le decisioni sono già prese. I dimostranti erano arrivati con grossi camion a sei ruote, con cui sono entrati nel campo sportivo proprio mentre l'assemblea votava per l'oleodotto. Pare che quando la folla ha cominciato a disperdersi la polizia abbia sparato contro un camion, su cui erano stipate 40 persone, mentre si allontanava.
La mattina dopo i dimostranti si sono raccolti davanti al comando distrettuale di polizia a Songkhla, per denunciare l'aggressione della vigilia. Hanno montato un tendone, decisi a restare a lungo: ma poi qualcuno (agente, provocatore in borghese?) ha lanciato pietre contro il tendone -e l'atmosfera si è accesa. La folla è cresciuta fino ad almeno 500 persone. I dimostranti hanno cominciato a tirare pietre contro la sede di polizia, poi anche bottiglie molotov. Il comando è stato evacuato, gli agenti hanno dovuto battere in ritirata. Il bilancio è di 32 feriti, di cui venti poliziotti. E la battaglia si è calmata solo quando il comandante, un maggiore-generale, è sceso a patti con la folla: ha promesso di non fare arresti né perseguire alcuno dei dimostranti, di arrestare subito sei agenti sospetti della sparatoria del giorno prima e trasferire un vice comandante e un investigatore protagonisti delle angherie.
Fin qui la cronaca dei fatti (come ci viene dal servizio di analisi strategiche Stratfor, che l'ha desunta dalla stampa locale). La battaglia di Songkhla, e la capitolazione della polizia, hanno attratto l'attenzione di tutti i media (non di quelli europei e tantomeno di quelli italiani, ma questo è un altro problema). E hanno trasformato una protesta locale in una questione nazionale, se non regionale. L'ente petrolifero thailandese (Ptt, Petroleum Authority of Thailand) non ha mai consultato le organizzazioni della società civile né le comunità locali circa i suoi progetti energetici, che siano centrali elettriche o oleodotti e campi petroliferi. Sì, negli ultimi tempi ha inscenato una politica di trasparenza: ma le comunità locali si sono sempre trovate davanti a fatti compiuti (proprio come ha fatto finora il governo per ciò che riguarda la costruzione di grandi dighe, come quella di Pak Mun). E la polizia non ha mai guardato per il sottile, quando si trattava di sgomberare e reprimere. Ora, gruppi come il Songkhla Civic Group, il Southern Civic Network e la People's Federation for Environment and Development (Federazione popolare per l'ambiente e lo sviluppo) sono riuscite a fare della loro battaglia una questione generale, di democrazia oltre che di ambiente e di giustizia sociale. Tanto che la settimana scorsa, subito dopo la protesta al comando di polizia della cittadina meridionale, qualche centinaio di manifestanti ha marciato nella capitale Bangkok, dal palazzo del governo alla residenza ufficiale del Primo ministro Chuan Leekpai, a cui hanno consegnato una lettera di protesta. Il premier ha pubblicamente dichiarato che la costruzione dell'oleodotto andrà avanti, perché e una questione di bene nazionale. Numerose organizzazioni promettono nuovi atti di disobbedienza civile.
L'oleodotto in questione dovrebbe collegare una zona meridionale della Thailandia al campo petrolifero noto come Thailand-Malaysia Joint Development Area, affacciato sul Golfo del Siam. La costruzione della pipeline dovrebbe cominciare l'anno prossimo, e costringerà a evacuare ben 40 villaggi (i cui abitanti non perderanno solo la casa ma i campi, cioè il lavoro e reddito). Ma dopo le proteste, il progetto sembra in pericolo.
La mobilitazione dei villaggi di Songkhla era cominciata il 21 ottobre. Almeno 200 persone si erano raccolte davanti al campo sportivo della cittadina di Hat Yai, per bloccare un "forum pubblico" convocato dalle autorità per approvare il progetto. E' la solita farsa, accusavano: il governo firma i contratti, poi fa la messinscena dell'assemblea pubblica e ordina valutazioni di impatto ambientale e sociale - tanto le decisioni sono già prese. I dimostranti erano arrivati con grossi camion a sei ruote, con cui sono entrati nel campo sportivo proprio mentre l'assemblea votava per l'oleodotto. Pare che quando la folla ha cominciato a disperdersi la polizia abbia sparato contro un camion, su cui erano stipate 40 persone, mentre si allontanava.
La mattina dopo i dimostranti si sono raccolti davanti al comando distrettuale di polizia a Songkhla, per denunciare l'aggressione della vigilia. Hanno montato un tendone, decisi a restare a lungo: ma poi qualcuno (agente, provocatore in borghese?) ha lanciato pietre contro il tendone -e l'atmosfera si è accesa. La folla è cresciuta fino ad almeno 500 persone. I dimostranti hanno cominciato a tirare pietre contro la sede di polizia, poi anche bottiglie molotov. Il comando è stato evacuato, gli agenti hanno dovuto battere in ritirata. Il bilancio è di 32 feriti, di cui venti poliziotti. E la battaglia si è calmata solo quando il comandante, un maggiore-generale, è sceso a patti con la folla: ha promesso di non fare arresti né perseguire alcuno dei dimostranti, di arrestare subito sei agenti sospetti della sparatoria del giorno prima e trasferire un vice comandante e un investigatore protagonisti delle angherie.
Fin qui la cronaca dei fatti (come ci viene dal servizio di analisi strategiche Stratfor, che l'ha desunta dalla stampa locale). La battaglia di Songkhla, e la capitolazione della polizia, hanno attratto l'attenzione di tutti i media (non di quelli europei e tantomeno di quelli italiani, ma questo è un altro problema). E hanno trasformato una protesta locale in una questione nazionale, se non regionale. L'ente petrolifero thailandese (Ptt, Petroleum Authority of Thailand) non ha mai consultato le organizzazioni della società civile né le comunità locali circa i suoi progetti energetici, che siano centrali elettriche o oleodotti e campi petroliferi. Sì, negli ultimi tempi ha inscenato una politica di trasparenza: ma le comunità locali si sono sempre trovate davanti a fatti compiuti (proprio come ha fatto finora il governo per ciò che riguarda la costruzione di grandi dighe, come quella di Pak Mun). E la polizia non ha mai guardato per il sottile, quando si trattava di sgomberare e reprimere. Ora, gruppi come il Songkhla Civic Group, il Southern Civic Network e la People's Federation for Environment and Development (Federazione popolare per l'ambiente e lo sviluppo) sono riuscite a fare della loro battaglia una questione generale, di democrazia oltre che di ambiente e di giustizia sociale. Tanto che la settimana scorsa, subito dopo la protesta al comando di polizia della cittadina meridionale, qualche centinaio di manifestanti ha marciato nella capitale Bangkok, dal palazzo del governo alla residenza ufficiale del Primo ministro Chuan Leekpai, a cui hanno consegnato una lettera di protesta. Il premier ha pubblicamente dichiarato che la costruzione dell'oleodotto andrà avanti, perché e una questione di bene nazionale. Numerose organizzazioni promettono nuovi atti di disobbedienza civile.




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