terra terra
COMMERCIO
La sconfitta del sale iodato
MARINA FORTI
2000.11.11
Infine, non è prevalsa la ragione. Il ministero della
sanità dell'Unione indiana ha deciso di permettere la vendita di
sale non iodato su tutto il territorio dell'India, cedendo alla
campagna di forze nazionaliste hindi, di alcuni gruppi che si
definiscono gandhiani e dei piccoli produttori di sale. E dire
che proprio un indiano, V. Ramalingaswami, aveva contribuito
trent'anni fa con i suoi studi sul campo a stabilire che una
piccola aggiunta di iodio nel sale da cucina riduce drasticamente
l'incidenza della malattia chiamata "cretinismo" (o gozzo, dal
suo sintomo più evidente: un ingrossamento della ghiandola della
tiroide). "E' una tragedia per l'India aver trocato una soluzione
[a un diffuso problema di salute pubblica], aver fatto tanti
progressi, e ora prendere questa decisione", ha commentato
l'ormai anziano scienziato.
Lo iodio è necessario all'organismo umano e soprattutto allo sviluppo cerebrale: è essenziale in particolare alle donne in gravidanza e ai bambini nei primi anni di vita. La mancanza provoca ritardo mentale. E il modo più semplice di somministrare iodio a una popolazione è aggiungerlo al sale da cucina: l'Unicef (Fondo delle Nazioni unite per l'infanzia) e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno condotto campagne battenti, dagli anni '80, per promuovere il sale iodato.
L'India era all'avanguardia in questo sforzo. Dal 1987 iodare il sale per il consumo alimentare era obbligatorio (in tutti gli stati dell'Unione salvo uno, il Kerala), e due anni fa il governo aveva vietato di mettere in commercio sale non iodato in tutto il territorio nazionale. Certo, non ovunque il sale con iodio era effettivamente disponibile: uno studio governativo nel 1999 aveva concluso che circa il 75% delle famiglie indiane consuma sale iodato. Secondo l' International Council for Control of Iodine Deficiency Disorders ("Consiglio nazionale per il controllo delle malattie da deficienza di iodio"), in India 200 milioni di persone sono a rischio di mancanza di iodio e 70 milioni mostrano il gozzo, cioè i segni di malattia.
Ora però il ministro della sanità C. P. Thakur (lui stesso un medico) ha deciso di abrogare il divieto di mettere in vendita sale non iodato. Decisione molto politica, perché cede a una campagna dagli accenti populisti (vedi Terraterra , 15 luglio). Il ministro ha dato ragione ai fautori del "sale comune": gli indiani devono poter scegliere quale sale comprare e l'aggiunta obbligatoria di iodio è un balzello imposto sulle classi più povere, dato che il sale iodato costa di più. Sostengono, i fautori del sale comune, che sono le multinazionali a imporre lo iodio, per proprio tornaconto commerciale. Si richiamano al Mahatma Gandhi, che nel 1940 guidò una marcia popolare verso la costa per protestare contro le tasse imposte dai colonizzatori britannici sul sale: allora i blocchetti di sale di produzione artigianale locale erano il simbolo della rivolta contro l'ingiustizia economica del colonialismo. "Il Mahatma Gandhi ha fatto di questo semplice bene un mezzo della nostra liberazione. Ora è usato come mezzo di sfruttamento", ha dichiarato alla corrispondente del New York Times Thakurdas Bang, ottantatreenne leader del gruppo gandhiano Sarvodaya. Ma il richiamo a Gandhi non deve confondere, e neppure la venerabile figura di un seguace del Mahatma: la campagna contro lo iodio è stata promossa e sostenuta da organizzazioni che fanno la base di consenso e mobilitazione del partito nazionalista e conservatore Bharatiya Janata Party (Bjp), che guida il governo centrale (e a cui appartiene l'attuale premier Atal Behari Vajpayee). Gruppi con sigle in cui abbondano le parole "nazione", "risveglio" e "movimento" si sono stracciati le vesti ("il sale comune è un patrimonio nazionale e non va insultato"), parlando di complotto delle multinazionali. Lo iodio in effetti è importato (ma solo un quarto dell'import serve agli usi alimentari), per essere aggiunto al sale prodotto localmente - dunque anche a quello dei piccoli produttori: il loro sale non è escluso dal mercato. E aggiungere iodio al sale costa mezza rupia (25 lire) per persona all'anno, secondo un calcolo riferito dal Centre for Science and Ecology di New Delhi. Ma inutile argomentare: non è prevalsa la ragione, ma il populismo.
Lo iodio è necessario all'organismo umano e soprattutto allo sviluppo cerebrale: è essenziale in particolare alle donne in gravidanza e ai bambini nei primi anni di vita. La mancanza provoca ritardo mentale. E il modo più semplice di somministrare iodio a una popolazione è aggiungerlo al sale da cucina: l'Unicef (Fondo delle Nazioni unite per l'infanzia) e l'Organizzazione mondiale della sanità hanno condotto campagne battenti, dagli anni '80, per promuovere il sale iodato.
L'India era all'avanguardia in questo sforzo. Dal 1987 iodare il sale per il consumo alimentare era obbligatorio (in tutti gli stati dell'Unione salvo uno, il Kerala), e due anni fa il governo aveva vietato di mettere in commercio sale non iodato in tutto il territorio nazionale. Certo, non ovunque il sale con iodio era effettivamente disponibile: uno studio governativo nel 1999 aveva concluso che circa il 75% delle famiglie indiane consuma sale iodato. Secondo l' International Council for Control of Iodine Deficiency Disorders ("Consiglio nazionale per il controllo delle malattie da deficienza di iodio"), in India 200 milioni di persone sono a rischio di mancanza di iodio e 70 milioni mostrano il gozzo, cioè i segni di malattia.
Ora però il ministro della sanità C. P. Thakur (lui stesso un medico) ha deciso di abrogare il divieto di mettere in vendita sale non iodato. Decisione molto politica, perché cede a una campagna dagli accenti populisti (vedi Terraterra , 15 luglio). Il ministro ha dato ragione ai fautori del "sale comune": gli indiani devono poter scegliere quale sale comprare e l'aggiunta obbligatoria di iodio è un balzello imposto sulle classi più povere, dato che il sale iodato costa di più. Sostengono, i fautori del sale comune, che sono le multinazionali a imporre lo iodio, per proprio tornaconto commerciale. Si richiamano al Mahatma Gandhi, che nel 1940 guidò una marcia popolare verso la costa per protestare contro le tasse imposte dai colonizzatori britannici sul sale: allora i blocchetti di sale di produzione artigianale locale erano il simbolo della rivolta contro l'ingiustizia economica del colonialismo. "Il Mahatma Gandhi ha fatto di questo semplice bene un mezzo della nostra liberazione. Ora è usato come mezzo di sfruttamento", ha dichiarato alla corrispondente del New York Times Thakurdas Bang, ottantatreenne leader del gruppo gandhiano Sarvodaya. Ma il richiamo a Gandhi non deve confondere, e neppure la venerabile figura di un seguace del Mahatma: la campagna contro lo iodio è stata promossa e sostenuta da organizzazioni che fanno la base di consenso e mobilitazione del partito nazionalista e conservatore Bharatiya Janata Party (Bjp), che guida il governo centrale (e a cui appartiene l'attuale premier Atal Behari Vajpayee). Gruppi con sigle in cui abbondano le parole "nazione", "risveglio" e "movimento" si sono stracciati le vesti ("il sale comune è un patrimonio nazionale e non va insultato"), parlando di complotto delle multinazionali. Lo iodio in effetti è importato (ma solo un quarto dell'import serve agli usi alimentari), per essere aggiunto al sale prodotto localmente - dunque anche a quello dei piccoli produttori: il loro sale non è escluso dal mercato. E aggiungere iodio al sale costa mezza rupia (25 lire) per persona all'anno, secondo un calcolo riferito dal Centre for Science and Ecology di New Delhi. Ma inutile argomentare: non è prevalsa la ragione, ma il populismo.




• 