terra terra
ENERGIA
Piccoli generatori crescono
FRANCO CARLINI
2000.11.22
Nel giro di cinque anni potrò andare al supermercato e comprare un
microgeneratore per alimentare di elettricità casa mia. Lo
porterò in garage e lo attaccherò al tubo del gas; genererà
abbastanza potenza da riscaldare gli ambienti e da darmi acqua
calda. E il tutto sarà più economico che usare la rete
elettrica". Così dichiara entusiasta alla rivista
New
Scientist
(18 novembre 2000, pag. 16) Karl Yeager, che guida
l'istituto di ricerca Epri (Electric Power Research Institute) di
Palo Alto, in California. I suoi laboratori sono finanziati dalle
stesse industrie elettriche, ma non mancano di esplorare
territori nuovi come appunto quello della microgenerazione. Non è
un'idea nuova quella di piccoli e piccolissimi impianti per la
produzione domestica e decentrata di elettricità, ma la novità è
che questo sogno (che fu già di Thomas Edison) ora sembra
realistico: sono maturate le tecnologie e i costi calano di anno
in anno.
I sistemi disponibili sono diversi e vanno dalle microturbine alle celle solari, ma il più promettente è quello delle celle a idrogeno (cell fuel, in inglese). Yeager pensa che alla metà del secolo in corso la gran parte dell'elettricità sarà prodotta in questa maniera, ma, quanto ai tempi, altri sono ben più ottimisti: "Ormai il collaudo dei microgeneratori che usano gas naturale è stato fatto" dice un altro ricercatore dell'Epri, Dan Rastler, prevedendo una prima penetrazione nel mercato di tali centraline casalinghe già nel 2002, a un costo attorno ai 2.500 dollari. All'argomento ha recentemente dedicato un ampio dossier il rispettabile settimanale inglese The Economist ("L'alba della micropotenza", 3 agosto 2000), così commentando: "La gran parte del mondo ricava l'elettricità da impianti grandi, inefficienti e inquinanti, ma le cose stanno per cambiare".
Tra i sostenitori della microforza elettrica c'è anche il WorldWatch Institute : una delle sue firme più note, il ricercatore Seth Dunn, ha appena pubblicato un ampio saggio sul tema dal titolo "Micropower: la prossima era elettrica", la cui sintesi è disponibile anche nel sito Internet dell'organizzazione (www.worldwatch.org/pubs/paper/151.htm) dove si mette in evidenza come le nuove celle a idrogeno avranno successo se si accoppieranno a una rete elettrica più versatile e intelligente. In tal modo chi si trova a generare elettricità in eccesso potrà riversarla in rete e chi ha comprato un impianto troppo piccolo per i suoi bisogni potrà comunque ricorrere alla rete per colmare il deficit.
Il modello è interessante e si ispira esplicitamente alla struttura decentrata e modulare dell'Internet; un tempo non era possibile una tale gestione elastica della domanda elettrica, ma oggi si può fare. E del resto quasi tutte le reti elettriche sono ormai invecchiate e bisognose di un serio restauro, dunque potrebbe essere l'occasione buona: "una rete elettrica basata su molti piccoli generatori intrinsecamente più stabile di una che si fondi solo su pochi grandi impianti", aggiunge ancora Dunn.
La questione è decisiva specialmente in rapporto alla questione dei paesi emergenti e dell'inquinamento ambientale che la loro crescita porterà con sé. Oggi circa un terzo dell'umanità (1,8 miliardi di persone) è tuttora senza energia elettrica; si tratta di una condizione di ingiustizia che non è sostenibile né tollerabile. Ma risolvere il problema delle popolazioni disconnesse con le tecnologie elettriche del ventesimo secolo avrebbe conseguenze altrettanto insostenibili: con pochi calcoli matematici si scopre infatti che per fornire a tutto il mondo la stessa dose di energia elettrica di cui godono oggi i paesi ricchi, occorrerebbe per i prossimi 50 anni costruire una centrale da 1000 megawatt ogni due giorni. Questo non solo appare irrealistico, ma, ove venisse fatto significherebbe una completa andata fuori controllo delle emissioni di CO2, e del relativo effetto serra. A meno di non far ricorso all'energia nucleare, come proprio in questi mesi sta meditando di fare la l'insospettabile Finlandia (e sarà una storia da seguire).
I sistemi disponibili sono diversi e vanno dalle microturbine alle celle solari, ma il più promettente è quello delle celle a idrogeno (cell fuel, in inglese). Yeager pensa che alla metà del secolo in corso la gran parte dell'elettricità sarà prodotta in questa maniera, ma, quanto ai tempi, altri sono ben più ottimisti: "Ormai il collaudo dei microgeneratori che usano gas naturale è stato fatto" dice un altro ricercatore dell'Epri, Dan Rastler, prevedendo una prima penetrazione nel mercato di tali centraline casalinghe già nel 2002, a un costo attorno ai 2.500 dollari. All'argomento ha recentemente dedicato un ampio dossier il rispettabile settimanale inglese The Economist ("L'alba della micropotenza", 3 agosto 2000), così commentando: "La gran parte del mondo ricava l'elettricità da impianti grandi, inefficienti e inquinanti, ma le cose stanno per cambiare".
Tra i sostenitori della microforza elettrica c'è anche il WorldWatch Institute : una delle sue firme più note, il ricercatore Seth Dunn, ha appena pubblicato un ampio saggio sul tema dal titolo "Micropower: la prossima era elettrica", la cui sintesi è disponibile anche nel sito Internet dell'organizzazione (www.worldwatch.org/pubs/paper/151.htm) dove si mette in evidenza come le nuove celle a idrogeno avranno successo se si accoppieranno a una rete elettrica più versatile e intelligente. In tal modo chi si trova a generare elettricità in eccesso potrà riversarla in rete e chi ha comprato un impianto troppo piccolo per i suoi bisogni potrà comunque ricorrere alla rete per colmare il deficit.
Il modello è interessante e si ispira esplicitamente alla struttura decentrata e modulare dell'Internet; un tempo non era possibile una tale gestione elastica della domanda elettrica, ma oggi si può fare. E del resto quasi tutte le reti elettriche sono ormai invecchiate e bisognose di un serio restauro, dunque potrebbe essere l'occasione buona: "una rete elettrica basata su molti piccoli generatori intrinsecamente più stabile di una che si fondi solo su pochi grandi impianti", aggiunge ancora Dunn.
La questione è decisiva specialmente in rapporto alla questione dei paesi emergenti e dell'inquinamento ambientale che la loro crescita porterà con sé. Oggi circa un terzo dell'umanità (1,8 miliardi di persone) è tuttora senza energia elettrica; si tratta di una condizione di ingiustizia che non è sostenibile né tollerabile. Ma risolvere il problema delle popolazioni disconnesse con le tecnologie elettriche del ventesimo secolo avrebbe conseguenze altrettanto insostenibili: con pochi calcoli matematici si scopre infatti che per fornire a tutto il mondo la stessa dose di energia elettrica di cui godono oggi i paesi ricchi, occorrerebbe per i prossimi 50 anni costruire una centrale da 1000 megawatt ogni due giorni. Questo non solo appare irrealistico, ma, ove venisse fatto significherebbe una completa andata fuori controllo delle emissioni di CO2, e del relativo effetto serra. A meno di non far ricorso all'energia nucleare, come proprio in questi mesi sta meditando di fare la l'insospettabile Finlandia (e sarà una storia da seguire).





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