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PETROLIO
Ciad, il petrolio finanzia le armi?
MARINA FORTI
2001.01.13
Il progetto petrolifero Ciad-Camerun continua a far parlare
di sé. Si tratta del progetto di sfruttare tre pozzi petroliferi
a Doba, nel Ciad meridionale (dipartimento Logone orientale), e
di costruire un oleodotto che correrà per un migliaio di
chilometri attraverso tutto il Camerun fino alla costa atlantica,
nella cittadina di Kribi, dove il greggio sarà caricato sulle
petroliere. E' il più costoso progetto petrolifero mai
pianificato in Africa ed è realizzato da un consorzio guidato da
ExxonMobil (con il 40% del capitale), l'azienda petrolifera
malese Petronas (con il 35%) e Chevron (25%). I lavori dovrebbero
terminare nel 2004; il greggio dovrebbe cominciare a scorrere nel
2005.
L'investimento previsto è di 3,7 miliardi di dollari, quasi tutti di fonte privata salvo una quota quasi simbolica di 90 milioni di dollari: a tanto ammonta il prestito che la Banca Mondiale ha concesso ai governi di Ciad e Camerun, perché possano comprare partecipazioni di minoranza nell'affare. L'intervento della Banca mondiale in realtà è stato essenziale - ExxonMobil ne faceva una condizione per partecipare. Ma è stato anche assai contrastato, ed è questo che fa del progetto Ciad-Camerun un caso unico: "Un esempio di influenza delle organizzazioni non governative senza precedenti in un affare privato di queste dimensioni", scriveva il Washington Post qualche giorno fa.
Già: la polemica sul progetto pozzi-oleodotto è annosa e ha visto un'alleanza tra organizzazioni locali e le reti europee e statunitensi che controllano le azioni di istituzioni finanziarie come la Banca mondiale. Le obiezioni erano in parte di tipo ambientale - in effetti il tracciato dell'oleodotto è stato poi modificato per evitare la foresta pluviale del Camerun e minimizzare la necessità di nuove strade, che in genere aprono nuove zone di foresta vergine al disboscamento e alla caccia illegale. Ma riguardavano anche la trasparenza, l'uso dei redditi del petrolio, i diritti delle popolazioni locali, le relazioni tra il dipartimento meridionale e il governo di N'jamena. Lo sfruttamento del petrolio nei prossimi trent'anni, secondo una stima conservativa della Banca mondiale (a 15 dollari per barile), permetterebbe al poverissimo Ciad di aumentare di un terzo le sue entrate; secondo altre stime arriverebbe a 2,5 miliardi di dollari, cioè ad aumentare della metà le entrate di N'jamena. Ma come saranno usati quei soldi? L'attuale presidente Idriss Deby era emerso come capo dell'esercito del suo predecessore, Hissene Habré (che aveva imposto l'egemonia militare delle tribù del nord su quelle del sud), ed ha preso il potere nel '90 con un colpo di stato. Nel '93 ha avviato una "democratizzazione", ma il regime resta assai autoritario e repressivo - tanto che negli anni scorsi abbiamo visto arrestare e intimidire la popolazione e i rappresentanti della regione di Logone che protestavano contro il progetto petrolifero.
Infine anni di mobilitazione, proteste, appelli hanno prodotto un risultato inusuale. Non solo i risarcimenti agli agricoltori locali per le terre espropriate sono aumentati. Molto di più: il governo del Ciad ha approvato una legge che affida il controllo del 95% delle royalties del petrolio a un comitato internazionale composto da 9 persone, tra cui 4 rappresentanti di Ong. L'80% sarà speso in sviluppo sociale (sanità, istruzione, infrastrutture); il 10% andrà in un fondo per le generazioni future; il 5% a compensare le popolazioni della regione petrolifera. Solo il 5% resta alla discrezione del governo - una cessione di sovranità notevole. A queste condizioni la Banca mondiale ha approvato il suo finanziamento, nel giugno 2000, e ora parla di "caso Ciad", esempio positivo di come la collaborazione con la società civile organizzata può sconfiggere l'endemica corruzione africana.
Ma è proprio per questo che il caso Ciad continua a far parlare di sé: il presidente Debi ha ammesso, un mese fa, di aver speso 4,5 milioni di dollari provenienti dai primi redditi petroliferi per comprare armi - invece che per lo sviluppo sociale. Il responsabile della Banca Mondiale per il Ciad, Robert Calderisi, si è detto "sconcertato". Sarà necessario un monitoraggio molto, molto accurato...
L'investimento previsto è di 3,7 miliardi di dollari, quasi tutti di fonte privata salvo una quota quasi simbolica di 90 milioni di dollari: a tanto ammonta il prestito che la Banca Mondiale ha concesso ai governi di Ciad e Camerun, perché possano comprare partecipazioni di minoranza nell'affare. L'intervento della Banca mondiale in realtà è stato essenziale - ExxonMobil ne faceva una condizione per partecipare. Ma è stato anche assai contrastato, ed è questo che fa del progetto Ciad-Camerun un caso unico: "Un esempio di influenza delle organizzazioni non governative senza precedenti in un affare privato di queste dimensioni", scriveva il Washington Post qualche giorno fa.
Già: la polemica sul progetto pozzi-oleodotto è annosa e ha visto un'alleanza tra organizzazioni locali e le reti europee e statunitensi che controllano le azioni di istituzioni finanziarie come la Banca mondiale. Le obiezioni erano in parte di tipo ambientale - in effetti il tracciato dell'oleodotto è stato poi modificato per evitare la foresta pluviale del Camerun e minimizzare la necessità di nuove strade, che in genere aprono nuove zone di foresta vergine al disboscamento e alla caccia illegale. Ma riguardavano anche la trasparenza, l'uso dei redditi del petrolio, i diritti delle popolazioni locali, le relazioni tra il dipartimento meridionale e il governo di N'jamena. Lo sfruttamento del petrolio nei prossimi trent'anni, secondo una stima conservativa della Banca mondiale (a 15 dollari per barile), permetterebbe al poverissimo Ciad di aumentare di un terzo le sue entrate; secondo altre stime arriverebbe a 2,5 miliardi di dollari, cioè ad aumentare della metà le entrate di N'jamena. Ma come saranno usati quei soldi? L'attuale presidente Idriss Deby era emerso come capo dell'esercito del suo predecessore, Hissene Habré (che aveva imposto l'egemonia militare delle tribù del nord su quelle del sud), ed ha preso il potere nel '90 con un colpo di stato. Nel '93 ha avviato una "democratizzazione", ma il regime resta assai autoritario e repressivo - tanto che negli anni scorsi abbiamo visto arrestare e intimidire la popolazione e i rappresentanti della regione di Logone che protestavano contro il progetto petrolifero.
Infine anni di mobilitazione, proteste, appelli hanno prodotto un risultato inusuale. Non solo i risarcimenti agli agricoltori locali per le terre espropriate sono aumentati. Molto di più: il governo del Ciad ha approvato una legge che affida il controllo del 95% delle royalties del petrolio a un comitato internazionale composto da 9 persone, tra cui 4 rappresentanti di Ong. L'80% sarà speso in sviluppo sociale (sanità, istruzione, infrastrutture); il 10% andrà in un fondo per le generazioni future; il 5% a compensare le popolazioni della regione petrolifera. Solo il 5% resta alla discrezione del governo - una cessione di sovranità notevole. A queste condizioni la Banca mondiale ha approvato il suo finanziamento, nel giugno 2000, e ora parla di "caso Ciad", esempio positivo di come la collaborazione con la società civile organizzata può sconfiggere l'endemica corruzione africana.
Ma è proprio per questo che il caso Ciad continua a far parlare di sé: il presidente Debi ha ammesso, un mese fa, di aver speso 4,5 milioni di dollari provenienti dai primi redditi petroliferi per comprare armi - invece che per lo sviluppo sociale. Il responsabile della Banca Mondiale per il Ciad, Robert Calderisi, si è detto "sconcertato". Sarà necessario un monitoraggio molto, molto accurato...





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