terra terra
COMMERCIO
Swadeshi fra gli alberi di cocco
MARINELLA CORREGGIA
2001.01.16
Siamo abituati alle campagne di boicottaggio dei prodotti di
alcune multinazionali, ma quella che coinvolge un intero
distretto dell'India meridionale è davvero particolare. A
Koorachandu, zona rurale dello stato indiano del Kerala, interi
villaggi si sono autoimposti di non consumare più olio di palma
né bevande gassate, ma di preferire l'olio alimentare e il fresco
succo tratti dalle palme da cocco che, oltre a dare al Kerala un
peculiare paesaggio lussureggiante, sono fonte di reddito per
35.000 coltivatori. Ne riferisce il reportage di R. Krishnakumar
sul quindicinale indiano
Frontline
. In tutto il
distretto, non solo gli agricoltori ma gli stessi commercianti e
i consumatori sono mobilitati in una esperienza collettiva di
swadeshi
: questo termine hindi definisce un'economia
autosufficiente, basata sulla produzione e sul consumo locali e
comunque indiani - era un asse portante della lotta gandhiana,
anche se il partito ultranazionalista che guida il governo di New
Delhi ne ha fatto ipocritamente un suo slogan. In Kerala, però,
la cocco-swadeshi sta facendo sul serio. Del resto, questo stato
è noto per un notevole attivismo sociale, per aver dato vittorie
elettorali a governi comunisti e di sinistra, e per una
situazione sociale peculiare rispetto al panorama indiano: tassi
di alfabetizzazione a livelli europei, servizi sanitari e sociali
tuttora notevoli, bassi livelli di natalità e mortalità, status
femminile nettamente migliore rispetto al resto del paese,
diffusa sindacalizzazione, cooperative.
I problemi per il cocco del Kerala (da cui proviene il 45% delle noci trasformate e consumate nel paese) iniziano intorno al '91, con la liberalizzazione dell'economia indiana e quindi delle importazioni. Negli ultimi anni la riduzione delle tasse sull'import permette all'olio di palma di invadere il mercato keralita. Il consumo di olio di cocco crolla negli esercizi pubblici del Kerala e con esso il prezzo, che raggiunge i livelli più bassi dell'ultimo decennio. I coltivatori di cocco e i piccoli commercianti organizzano numerose proteste e manifestazioni contro le politiche del governo centrale. Poi decidono di dire basta e coinvolgono i consumatori e i commercianti locali in una protesta costruttiva, a partire da quel che gli uni mangiano e gli altri vendono. Come spiega a Frontline Maximine Azakkal, del Fronte di azione degli agricoltori di Koorachandu: "Abbiamo voluto rendere evidente agli occhi dei keraliti l'assurdità della situazione: nella terra del cocco si cucina con un olio importato" (e si bevono bevande sintetiche multinazionali); "e al tempo stesso tutti si lamentano della crisi".
La campagna "No all'olio di palma, no alla Pepsi" si diffonde in poche settimane in tutta l'area di Koorachandu, grazie anche alle prediche del parroco (la zona è in gran parte cristiana). In interi villaggi, i ristoratori e friggitori aderiscono ed espongono il cartello "noi cuociamo esclusivamente nell'olio di cocco". Un frantoio che stava per chiudere riapre alla grande. La "moda" si diffonde in altri distretti del Kerala, grazie al sostegno della potente organizzazione statale dei commercianti, la Kerala Vyapari Vyavasayi Ekopana Samiti , e poi di diverse autorità locali. La vendita dell'olio di palma scende del 75% nel distretto. Ancora più significativo dal punto di vista simbolico è il boicottaggio delle bibite importate. Aumentano i baretti di strada che snobbano Pepsi e Coca Cola offrendo invece pura acqua di cocco fresco, acquistato più o meno direttamente dai produttori. Naturalmente, fioccano le polemiche e le previsioni scettiche ("non dureranno a lungo"). I commercianti dell'olio di palma sostengono che l'olio di cocco può coprire solo il 3,5% del fabbisogno indiano, che solo in Kerala è usato per cuocere, e che quindi c'è spazio per tutti gli olii (ricordiamo però che qualche tempo fa un "tempestivo" avvelenamento di alcune partite di olio di senape, altro tradizionale prodotto indiano, contribuì a spalancare le porte all'olio di soia d'importazione). Ma il movimento del Kerala, appunto, parla ai consumatori locali prima di tutto. E si propone di aggiungere altri prodotti alla lista: presto una cooperativa produrrà sapone all'olio di cocco, una stoccata ai Rexona che egemonizzano il mercato.
I problemi per il cocco del Kerala (da cui proviene il 45% delle noci trasformate e consumate nel paese) iniziano intorno al '91, con la liberalizzazione dell'economia indiana e quindi delle importazioni. Negli ultimi anni la riduzione delle tasse sull'import permette all'olio di palma di invadere il mercato keralita. Il consumo di olio di cocco crolla negli esercizi pubblici del Kerala e con esso il prezzo, che raggiunge i livelli più bassi dell'ultimo decennio. I coltivatori di cocco e i piccoli commercianti organizzano numerose proteste e manifestazioni contro le politiche del governo centrale. Poi decidono di dire basta e coinvolgono i consumatori e i commercianti locali in una protesta costruttiva, a partire da quel che gli uni mangiano e gli altri vendono. Come spiega a Frontline Maximine Azakkal, del Fronte di azione degli agricoltori di Koorachandu: "Abbiamo voluto rendere evidente agli occhi dei keraliti l'assurdità della situazione: nella terra del cocco si cucina con un olio importato" (e si bevono bevande sintetiche multinazionali); "e al tempo stesso tutti si lamentano della crisi".
La campagna "No all'olio di palma, no alla Pepsi" si diffonde in poche settimane in tutta l'area di Koorachandu, grazie anche alle prediche del parroco (la zona è in gran parte cristiana). In interi villaggi, i ristoratori e friggitori aderiscono ed espongono il cartello "noi cuociamo esclusivamente nell'olio di cocco". Un frantoio che stava per chiudere riapre alla grande. La "moda" si diffonde in altri distretti del Kerala, grazie al sostegno della potente organizzazione statale dei commercianti, la Kerala Vyapari Vyavasayi Ekopana Samiti , e poi di diverse autorità locali. La vendita dell'olio di palma scende del 75% nel distretto. Ancora più significativo dal punto di vista simbolico è il boicottaggio delle bibite importate. Aumentano i baretti di strada che snobbano Pepsi e Coca Cola offrendo invece pura acqua di cocco fresco, acquistato più o meno direttamente dai produttori. Naturalmente, fioccano le polemiche e le previsioni scettiche ("non dureranno a lungo"). I commercianti dell'olio di palma sostengono che l'olio di cocco può coprire solo il 3,5% del fabbisogno indiano, che solo in Kerala è usato per cuocere, e che quindi c'è spazio per tutti gli olii (ricordiamo però che qualche tempo fa un "tempestivo" avvelenamento di alcune partite di olio di senape, altro tradizionale prodotto indiano, contribuì a spalancare le porte all'olio di soia d'importazione). Ma il movimento del Kerala, appunto, parla ai consumatori locali prima di tutto. E si propone di aggiungere altri prodotti alla lista: presto una cooperativa produrrà sapone all'olio di cocco, una stoccata ai Rexona che egemonizzano il mercato.





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