terra terra
ANIMALI
Che fare contro la predazione?
MARINELLA CORREGGIA
2001.01.27
"Nell'intero ordine delle creature che vivono sulla Terra, non ve
n'è una che non sia stata concepita e determinata in modo tale da
non farne soffrire e morire una delle proprie simili, per poi
subire la stessa sorte, una volta giunto il momento, da altre
specie. Siamo stupefatti da una tale globale cattiveria che non
esita a inventare torture raffinate per tutte le specie che
popolano la Terra, essere umano, compreso": così Mark Twain
riassumeva la "legge di natura" nel duro pamphlet
Reflections
on religion
, scritto di getto nel 1906. Lo scrittore vi
affrontava il tema della predazione, invenzione di un Dio "senza
pietà verso esseri inoffensivi" i quali non avranno consolatorie
ricompense perché "per la Chiesa, gli animali non hanno diritto
al paradiso".
Dalla situazione di globale sofferenza naturale post-paradiso terrestre, alla quale si aggiungono le immani sofferenze umane, animali e vegetali inflitte dall'uomo, lo studioso dei testi sacri Sergio Quinzio traeva il disperato timore che Dio fosse "non onnipotente, oppure non buono".
Il meccanismo, crudele e fondante, della predazione è oggetto di riflessione per gli antispecisti, ovvero quel movimento di "antirazzismo esteso", che rifiuta di giustificare la sofferenza inflitta dalla specie umana agli animali di aria, terra e mare, a scopi alimentari, di ricerca, ludici, economici.
La predazione "naturale", di cui gli umani non hanno colpa e su cui apparentemente non possono intervenire (se non provocando la fine degli ecosistemi...), è certo una frontiera più ardua. Da qualche tempo, i Cahiers (quaderni) antispécistes pubblicati a Lione - www.cahiers-antispecistes.org - ospitano interventi sul "che fare", e sul "se fare" rispetto a lupi e agnelli, volpi e lepri, licaoni e gnu. Ovviamente, essi pongono il tutto in un orizzonte temporale molto lontano: prima occorre intervenire contro le -eliminabili ed enormi - violenze perpetrate dalla mano umana e non dalla legge di natura.
Un saggio apparso sull'ultimo numero dei Cahiers (il 19) parte dalla domanda: potrebbero gli esseri umani agire contro le sofferenze "naturali" provocate dalla predazione, così come lottano, ad esempio, contro altre fonti naturali di sofferenza, quali le malattie genetiche? Non sarebbe preferibile un mondo in cui si fosse riusciti a rendere i predatori vegetariani ed evitare al tempo stesso un'eccessiva proliferazione delle ex prede? Alla risposta "sì, lo sarebbe", segue la domanda: e come? L'autore, André Méry, spiega: "Se sapessimo decodificare e interpretare il codice genetico di una volpe, capiremmo quali informazioni portano a denti da carnivori e quali modificazioni condurrebbero a denti da mangiatori di foglie, quali informazioni portano a un sistema digestivo da carnivori e quali modificazioni condurrebbero a un sistema digestivo da erbivori. (...) Quanto ai conigli, si tratterebbe di comprendere quali meccanismi li hanno portati ad avere una fertilità elevata, per poi intervenire sui meccanismi genetici della stessa al fine di ridurla". L'autore è consapevole del fatto che tutto ciò potrebbe ai più sembrare artificioso, poco "ecologico", e che le volpi vegetariane assumerebbero probabilmente un altro aspetto; ma purché gli ecosistemi rimangano in equilibrio, cosa importerebbe? In fondo, l'evoluzione produce sempre nuove specie, e la stessa forma "volpe" non esiste certo dall'inizio dei tempi.
In un altro articolo sulla rivista, Philippe Laporte avverte però che la predazione deve essere l'ultimo dei pensieri in ordine di tempo: se non è ineluttabile, non sarà mai troppo tardi per trovare una soluzione, mentre i flagelli prodotti dall'essere umano sono irreversibili e vanno scongiurati al più presto; inoltre, attenzione alle manipolazioni genetiche! E se è ineluttabile, inutile piangerci su.
E allora? Aldo Capitini, uno dei padri della nonviolenza italiana, azzardò che... se un giorno gli esseri umani riusciranno a trasformarsi in nonviolenti, quello sarà un cambiamento così sconvolgente che, forse - "e lo dico con un sorriso" - anche le tigri non prederanno più. (Rimane aperto un altro capitolo: quanto soffre l'erba, futuro nutrimento delle tigri stesse?).
Dalla situazione di globale sofferenza naturale post-paradiso terrestre, alla quale si aggiungono le immani sofferenze umane, animali e vegetali inflitte dall'uomo, lo studioso dei testi sacri Sergio Quinzio traeva il disperato timore che Dio fosse "non onnipotente, oppure non buono".
Il meccanismo, crudele e fondante, della predazione è oggetto di riflessione per gli antispecisti, ovvero quel movimento di "antirazzismo esteso", che rifiuta di giustificare la sofferenza inflitta dalla specie umana agli animali di aria, terra e mare, a scopi alimentari, di ricerca, ludici, economici.
La predazione "naturale", di cui gli umani non hanno colpa e su cui apparentemente non possono intervenire (se non provocando la fine degli ecosistemi...), è certo una frontiera più ardua. Da qualche tempo, i Cahiers (quaderni) antispécistes pubblicati a Lione - www.cahiers-antispecistes.org - ospitano interventi sul "che fare", e sul "se fare" rispetto a lupi e agnelli, volpi e lepri, licaoni e gnu. Ovviamente, essi pongono il tutto in un orizzonte temporale molto lontano: prima occorre intervenire contro le -eliminabili ed enormi - violenze perpetrate dalla mano umana e non dalla legge di natura.
Un saggio apparso sull'ultimo numero dei Cahiers (il 19) parte dalla domanda: potrebbero gli esseri umani agire contro le sofferenze "naturali" provocate dalla predazione, così come lottano, ad esempio, contro altre fonti naturali di sofferenza, quali le malattie genetiche? Non sarebbe preferibile un mondo in cui si fosse riusciti a rendere i predatori vegetariani ed evitare al tempo stesso un'eccessiva proliferazione delle ex prede? Alla risposta "sì, lo sarebbe", segue la domanda: e come? L'autore, André Méry, spiega: "Se sapessimo decodificare e interpretare il codice genetico di una volpe, capiremmo quali informazioni portano a denti da carnivori e quali modificazioni condurrebbero a denti da mangiatori di foglie, quali informazioni portano a un sistema digestivo da carnivori e quali modificazioni condurrebbero a un sistema digestivo da erbivori. (...) Quanto ai conigli, si tratterebbe di comprendere quali meccanismi li hanno portati ad avere una fertilità elevata, per poi intervenire sui meccanismi genetici della stessa al fine di ridurla". L'autore è consapevole del fatto che tutto ciò potrebbe ai più sembrare artificioso, poco "ecologico", e che le volpi vegetariane assumerebbero probabilmente un altro aspetto; ma purché gli ecosistemi rimangano in equilibrio, cosa importerebbe? In fondo, l'evoluzione produce sempre nuove specie, e la stessa forma "volpe" non esiste certo dall'inizio dei tempi.
In un altro articolo sulla rivista, Philippe Laporte avverte però che la predazione deve essere l'ultimo dei pensieri in ordine di tempo: se non è ineluttabile, non sarà mai troppo tardi per trovare una soluzione, mentre i flagelli prodotti dall'essere umano sono irreversibili e vanno scongiurati al più presto; inoltre, attenzione alle manipolazioni genetiche! E se è ineluttabile, inutile piangerci su.
E allora? Aldo Capitini, uno dei padri della nonviolenza italiana, azzardò che... se un giorno gli esseri umani riusciranno a trasformarsi in nonviolenti, quello sarà un cambiamento così sconvolgente che, forse - "e lo dico con un sorriso" - anche le tigri non prederanno più. (Rimane aperto un altro capitolo: quanto soffre l'erba, futuro nutrimento delle tigri stesse?).





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