terra terra
AGRICOLTURA
Agricoltura e habitat selvatici
MARINA FORTI
2001.05.15
Quasi metà delle riserve naturali al mondo, intese a
proteggere gli habitat e le specie minacciate, sono ampiamente
usate per l'agricoltura. Allo stesso tempo, gli umani che abitano
in alcune delle zone più importanti dal punto di vista ecologico
vivono nella fame e malnutrizione estrema. In altre parole: le
specie più minacciate al mondo, e gli umani più poveri,
condividono le stesse terre, sottolinea uno studio compiuto dalla
Unione mondiale per la conservazione (Iucn) e da un'istituto di
studi sull'agricoltura chiamato Future Harvest, con sede a
Washington. Lo studio è interessante perché arriva a una
conclusione originale rispetto alle idee più comuni sulla
conservazione (e anche sull'agricoltura). Già, perché sarebbe fin
troppo facile concludere che la salvaguardia della biodiversità -
l'insieme di piante selvatiche, animali, insetti, microorganismi
- è in opposizione all'agricoltura, dunque alla presenza umana
(in effetti disboscare e "ripulire" i terreni per coltivarli è
una delle maggiori cause di estinzione di specie selvatiche). Ma
lo studio, titolato
Common Ground, Common Future: How
Ecoagricolture Can Help Feed the World and Save Wild
Biodiversity
("terreno comune, futuro comune: come
l'ecoagricoltura può aiutare a nutrire il mondo e salvare la
biodiversità selvatica"), parla invece di interazione tra
agricoltura e biodiversità.
"Molti pensano che la biodiversità si preserva semplicemente recintandola e chiudendo l'accesso agli umani", dice uno dei coautori dello studio, Jeffrey McNeely, direttore della ricerca alla Iucn: "Il nostro rapporto mostra invece che biodiversità e agricoltura sono legate in modo inestricabile. Nei fatti, coltivazioni e riserve naturali condividono molto terreno comune in molti dei paesi dove la biodiversità è più a rischio. Per evitare il rischio massiccio di estinzioni, e insieme nutrire il mondo, dobbiamo integrare la protezione della biodiversità in tutti i panorami, dalle terre da pascolo alle piantagioni di caffè alle risaie". E' la strategia chiamata eco-agricoltura : cercare pratiche e tecniche agricole che possono nello stesso tempo produrre raccolti e conservare gli habitat naturali critici.
Per capire di che si tratta bisogna considerare alcuni dati. Lo studio parla di 1,1 miliardi di persone (il 20% della popolazione umana) che vivono nelle 25 aree più ricche di biodiversità e più minacciate al mondo (quelle che la Iucn definisce "punti caldi della biodiversità"). Dice poi che il 45% delle circa 17 mila zone protette al mondo (che coprono oltre il 10% della superfice emersa terrestre) sono mangiate dall'agricoltura, inframmezzate di coltivazioni, assediate da zone disboscate e colonizzate (da piccoli coltivatori o grandi piantagioni). Se continua questa tendenza, le aree protette diverranno presto isole di biodiversità morente, perché gran parte delle specie soprattutto animali ha bisogno di spazio per migrare per mantenersi in vita. Ma espandere le riserve è impensabile - in 19 di quei 25 "punti caldi" la popolazione umana cresce al ritmo del 3,1% annuo, cioè più in fretta della popolazione mondiale. "L'idea di eco-agricoltura riconosce il fatto che specie minacciate e umani estremamente poveri occupano lo stesso spazio", precisa Sara Sherr, coautrice dello studio (e professoressa di economia agricola all'Università del Maryland): tutto sta a condividerlo con reciproco vantaggio. Lo studio illustra decine di "casi di studio", ed enumera le strategie chiave dell'eco-agricoltura: ridurre la distruzione di habitat naturali aumentando la produttività delle terre già coltivate, sviluppare collegamenti tra spazi non coltivati, proteggere le zone adiacenti a fattorie agricole, integrare nei sistemi agricoli piante perenni locali per "mimare" habitat naturali come le praterie e le savane, usare tecniche agricole che minimizzano l'uso di antiparassitari e fertilizzanti chimici (e quindi l'inquinamento), e così via. Si tratta di trovare le relazioni utili tra specie coltivate e selvatiche, dice Sherr: "Per secoli i contadini hanno fatto di tutto per ripulire la terra da ogni vegetazione naturale e tenere lontano la vita selvatica dai loro campi. Ora gli chiediamo di lasciar tornare parte del selvatico", con vantaggio reciproco.
"Molti pensano che la biodiversità si preserva semplicemente recintandola e chiudendo l'accesso agli umani", dice uno dei coautori dello studio, Jeffrey McNeely, direttore della ricerca alla Iucn: "Il nostro rapporto mostra invece che biodiversità e agricoltura sono legate in modo inestricabile. Nei fatti, coltivazioni e riserve naturali condividono molto terreno comune in molti dei paesi dove la biodiversità è più a rischio. Per evitare il rischio massiccio di estinzioni, e insieme nutrire il mondo, dobbiamo integrare la protezione della biodiversità in tutti i panorami, dalle terre da pascolo alle piantagioni di caffè alle risaie". E' la strategia chiamata eco-agricoltura : cercare pratiche e tecniche agricole che possono nello stesso tempo produrre raccolti e conservare gli habitat naturali critici.
Per capire di che si tratta bisogna considerare alcuni dati. Lo studio parla di 1,1 miliardi di persone (il 20% della popolazione umana) che vivono nelle 25 aree più ricche di biodiversità e più minacciate al mondo (quelle che la Iucn definisce "punti caldi della biodiversità"). Dice poi che il 45% delle circa 17 mila zone protette al mondo (che coprono oltre il 10% della superfice emersa terrestre) sono mangiate dall'agricoltura, inframmezzate di coltivazioni, assediate da zone disboscate e colonizzate (da piccoli coltivatori o grandi piantagioni). Se continua questa tendenza, le aree protette diverranno presto isole di biodiversità morente, perché gran parte delle specie soprattutto animali ha bisogno di spazio per migrare per mantenersi in vita. Ma espandere le riserve è impensabile - in 19 di quei 25 "punti caldi" la popolazione umana cresce al ritmo del 3,1% annuo, cioè più in fretta della popolazione mondiale. "L'idea di eco-agricoltura riconosce il fatto che specie minacciate e umani estremamente poveri occupano lo stesso spazio", precisa Sara Sherr, coautrice dello studio (e professoressa di economia agricola all'Università del Maryland): tutto sta a condividerlo con reciproco vantaggio. Lo studio illustra decine di "casi di studio", ed enumera le strategie chiave dell'eco-agricoltura: ridurre la distruzione di habitat naturali aumentando la produttività delle terre già coltivate, sviluppare collegamenti tra spazi non coltivati, proteggere le zone adiacenti a fattorie agricole, integrare nei sistemi agricoli piante perenni locali per "mimare" habitat naturali come le praterie e le savane, usare tecniche agricole che minimizzano l'uso di antiparassitari e fertilizzanti chimici (e quindi l'inquinamento), e così via. Si tratta di trovare le relazioni utili tra specie coltivate e selvatiche, dice Sherr: "Per secoli i contadini hanno fatto di tutto per ripulire la terra da ogni vegetazione naturale e tenere lontano la vita selvatica dai loro campi. Ora gli chiediamo di lasciar tornare parte del selvatico", con vantaggio reciproco.




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