terra terra
ANIMALI
Il raro delfino dell'Indo
MARINA FORTI
2001.05.19
Un gruppo di biologi del
Wwf
(il Fondo
mondiale per la natura) ha appena terminato la prima indagine
sistematica su uno dei più rari mammiferi rimasti al mondo: è il
delfino che abita nel fiume Indo, tra il Punjab nord-occidentale
(cioè la regione dove il fiume, originato dalle montagne
dell'Himalaya, entra in pianura) e il Sindh, la regione
meridionale del Pakistan dove il maestoso fiume finisce per
buttarsi nel mare arabico. Il
platinista minor
, chiamato
bhulan
nella lingua sindi (del Pakistan meridionale), è
doppiamente una rarità. Primo, perché è uno dei pochissimi
delfini d'acqua dolce rimasti al mondo: ha lontani parenti solo
nel Gange, nello Yangtze in Cina (il minacciatissimo Bai-ji) e
nel Rio delle Amazzoni-Orinoco, dove vive un cugino detto Boto.
Secondo, perché è un cetaceo molto particolare. Ha dorso
grigio-marrone e la pancia dai riflessi rosa, un aspetto delicato
e strani organi sessuali che assomigliano a quelli delle umane
(stranezza che deve aver alimentato una leggenda locale secondo
cui il
bhulan
ebbe origine da una fanciulla fatta
scivolare nel fiume da un dio vendicativo). E' lungo tra 1,5 e
2,5 metri, raggiunge il peso massimo di 90 chili, usa vivere da
solo o in coppia, la sua longevità è sconosciuta. Ma la cosa più
originale è che il delfino dell'Indo è completamente cieco: si
sposta tra i sedimenti e il fango del fiume usando un sistema
d'orientamento sonar altrettanto sofisticato di quello dei
pipistrelli.
Il delfino cieco dell'Indo è stato "scoperto" nel 1972 (allora si pensava che fosse la stessa specie del delfino del Gange, mentre sono specie diverse). Da allora è protetto dalla legislazione pakistana, in seguito è stato iscritto nella "lista rossa" della Cites, la convenzione internazionale che vieta il commercio in specie minacciate. E' considerato una sorta di fossile vivente, nel senso che è una specie antica (si pensa che discenda da delfini dell'oceano che si adattarono all'ambiente fluviale 50 milioni di anni fa). Ma le prime notizie precise sullo stato della popolazione del platinista minor vengono dai biologi del Wwf: nell'Indo c'è un migliaio di delfini, hanno annunciato. Il gruppo ha speso quasi due mesi per discendere circa 1.500 chilometri di fiume; ha avvistato 960 delfini e ha usato tecnologia satellitare per registrarne la posizione. Considerando le parti di fiume inaccessibili, considera che mille individui sia una stima precisa. La notizia è buona, perché si pensava che fossero molti di meno (tra 5 e 600, secondo le fonti). Ma è pur sempre un piccolo numero, dal punto di vista della conservazione della specie. E il bhulan è in pericolo, minacciato dagli stessi fenomeni che minacciano l'acqua e la salute dell'Indo e della popolazione umana che vive nel suo bacino.
L'ultimo (in senso cronologico) di questi pericoli è la siccità che da due anni consecutivi attanaglia il Pakistan, come i vicini occidentali (l'Afghanistan) e orientali (le regioni confinanti dell'India). Il punto è che tanto maestoso l'Indo non è, in questo periodo: e la penuria minaccia i sistemi di irrigazione e di approvvigionamento idrico di decine di milioni di persone, oltre ovviamente a tutta la vita fluviale. Un altro problema è la pesca: spesso il delfino resta impigliato nelle reti dei pescatori, incidente fatale anche se non voluto (pochi pescano il bhulan di proposito, solo di recente si comincia a cercarne l'olio per le proprietà medicinali). Ma le minaccia più grave sembra lo stato del fiume stesso, e in primo luogo l'inquinamento delle sue acque. L'Indo è ricettacolo di fognature e scarichi urbani e industriali e le analisi delle sue acque, nei 170 chilometri tra le dighe di Guddu e Sukkur (nel Sindh) rivelano la presenza di metalli pesanti come rame, mercurio e manganese (per ironia, proprio il tratto compreso tra le due dighe costituisce l'area protetta del delfino istituità già nel '74 dal governo pakistano). L'altra minaccia sono per l'appunto le dighe, che tagliano il fiume e impediscono le comunicazioni tra le popolazioni acquatiche del basso e medio corso del fiume. Così il gentile mamifero non può spostarsi a cercare il compagno/compagna per riprodursi. E uno dei crucci dei biologi-conservazionisti è proprio il fatto che il delfino cieco sembra stufo di moltiplicarsi.
Il delfino cieco dell'Indo è stato "scoperto" nel 1972 (allora si pensava che fosse la stessa specie del delfino del Gange, mentre sono specie diverse). Da allora è protetto dalla legislazione pakistana, in seguito è stato iscritto nella "lista rossa" della Cites, la convenzione internazionale che vieta il commercio in specie minacciate. E' considerato una sorta di fossile vivente, nel senso che è una specie antica (si pensa che discenda da delfini dell'oceano che si adattarono all'ambiente fluviale 50 milioni di anni fa). Ma le prime notizie precise sullo stato della popolazione del platinista minor vengono dai biologi del Wwf: nell'Indo c'è un migliaio di delfini, hanno annunciato. Il gruppo ha speso quasi due mesi per discendere circa 1.500 chilometri di fiume; ha avvistato 960 delfini e ha usato tecnologia satellitare per registrarne la posizione. Considerando le parti di fiume inaccessibili, considera che mille individui sia una stima precisa. La notizia è buona, perché si pensava che fossero molti di meno (tra 5 e 600, secondo le fonti). Ma è pur sempre un piccolo numero, dal punto di vista della conservazione della specie. E il bhulan è in pericolo, minacciato dagli stessi fenomeni che minacciano l'acqua e la salute dell'Indo e della popolazione umana che vive nel suo bacino.
L'ultimo (in senso cronologico) di questi pericoli è la siccità che da due anni consecutivi attanaglia il Pakistan, come i vicini occidentali (l'Afghanistan) e orientali (le regioni confinanti dell'India). Il punto è che tanto maestoso l'Indo non è, in questo periodo: e la penuria minaccia i sistemi di irrigazione e di approvvigionamento idrico di decine di milioni di persone, oltre ovviamente a tutta la vita fluviale. Un altro problema è la pesca: spesso il delfino resta impigliato nelle reti dei pescatori, incidente fatale anche se non voluto (pochi pescano il bhulan di proposito, solo di recente si comincia a cercarne l'olio per le proprietà medicinali). Ma le minaccia più grave sembra lo stato del fiume stesso, e in primo luogo l'inquinamento delle sue acque. L'Indo è ricettacolo di fognature e scarichi urbani e industriali e le analisi delle sue acque, nei 170 chilometri tra le dighe di Guddu e Sukkur (nel Sindh) rivelano la presenza di metalli pesanti come rame, mercurio e manganese (per ironia, proprio il tratto compreso tra le due dighe costituisce l'area protetta del delfino istituità già nel '74 dal governo pakistano). L'altra minaccia sono per l'appunto le dighe, che tagliano il fiume e impediscono le comunicazioni tra le popolazioni acquatiche del basso e medio corso del fiume. Così il gentile mamifero non può spostarsi a cercare il compagno/compagna per riprodursi. E uno dei crucci dei biologi-conservazionisti è proprio il fatto che il delfino cieco sembra stufo di moltiplicarsi.





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