terra terra
PETROLIO
I capodogli e i pozzi off-shore
PAOLA DESAI
2001.05.31
Potrebbero essere i primi a fare le spese della nuova
politica energetica degli Stati uniti, quella che incentiva la
produzione di petrolio. Parliamo della popolazione di circa 530
capodogli che abita il Golfo del Messico. Un gruppo di
ricercatori ha osservato che i capodogli (la balena di Moby Dick)
frequentano in particolare le acque profonde davanti al delta del
Mississippi, nella parte nord-orientale del Golfo. Ora hanno
intenzione di seguirli (con ogni mezzo: osservazioni satellitari,
foto, osservazioni dirette, analisi genetiche) per capire
l'effetto delle prospezioni petrolifere sulla popolazione
cetacea. La ricerca è condotta da due biologi marini della Texas
A&M University di Galveston.
Il golfo del Messico è un luigo critico per i cetacei (i capodogli sono una specie minacciata: dalla pesca, ma come si vede anche dalle attività dell'industria petrolifera). "In pratica, abbiamo una popolazione di capodogli, che qui vengono a riprodursi, nel mezzo di una delle zone più calde per lo sfruttamento di idrocarburi off-shore degli Stati uniti", ha spiegato uno dei biologi, Randall Davis, al Environment News service . Il golfo del Messico ha la particolarità che la piattaforma continentale è larga appena una quarantina di chilometri al largo del delta del Mississippi, "così abbiamo in influsso di nutrienti dall'acqua dolce del fiume nell'ambiente marino profondo molto vicino alla costa". In quella regione del Golfo il fondale arriva a parecchie centinaia di metri di profondità a non più di cento chlometri dalla costa: e sono quelle acque profonde ma vicine alla costa che frequentano i capodogli.
Solo che ormai le devono condividere con un numero crescente di piattaforme petrolifere e per l'estrazione di gas. Insieme al traffico delle navi, all'inquinamento chimico, al rumore (che disturba le comunicazioni e l'orientamento dei cetacei), il pericolo è evidente. Il numero di piattaforme petrolifere delle acque profonde del golfo del Messico - parliamo solo delle acque sfruttate dagli Stati uniti - ha raggiunto un record di 42 a metà aprile, secondo il ministero degli interni Usa (Servizio per la gestione delle risorse minerali): l'anno scorso erano 26. Per acque profonde qui si intende trecento metri o più; di quel totale, 36 sono in acque profonde oltre 700 metri e otto scavano attorno a 1.600 metri. La produzione in acque profonde ora supera quella in acque superficiali, anche se solo il 4% di tutti i pozzi petroliferi nel golfo del Messico si trova in acque profonde.
L'inquinamento è la prima minaccia per i capodogli (e tutti i mammiferi marini). Uni studio diffuso in marzo identifica otto sostanze nocive, usate nelle perfirazioni poetrolifere, oggi immagazzinate in quantità che eccedono le norme: idrossido di sodio, idrossido di potassio, bromuro di zinco, acido idrofluorico, dietilammina, toluene, xilene e naftalene.
Gli studi intanto si moltiplicano: l'estate scorsa un gruppo di ricercatori di diverse università Usa e del National Marine Fisheries service ha seguito un gruppo di capodogli, ne ha segnati sei con trasmettitori satellitari e fotografati una cinquantina. Riferiscono che un solo maschio adulto è stato visto in quelle foto: il gruppo era composto solo da femmine, cuccioli e giovani ancora immaturi. I biologi texani sperano di sensibilizzare con la loro ricerca le autorità ambientali statunitensi. Difficilmente riusciranno a fermare, in nome del benessere delle balene, la trionfale avanzata dei pozzi di petrolio.
Il golfo del Messico è un luigo critico per i cetacei (i capodogli sono una specie minacciata: dalla pesca, ma come si vede anche dalle attività dell'industria petrolifera). "In pratica, abbiamo una popolazione di capodogli, che qui vengono a riprodursi, nel mezzo di una delle zone più calde per lo sfruttamento di idrocarburi off-shore degli Stati uniti", ha spiegato uno dei biologi, Randall Davis, al Environment News service . Il golfo del Messico ha la particolarità che la piattaforma continentale è larga appena una quarantina di chilometri al largo del delta del Mississippi, "così abbiamo in influsso di nutrienti dall'acqua dolce del fiume nell'ambiente marino profondo molto vicino alla costa". In quella regione del Golfo il fondale arriva a parecchie centinaia di metri di profondità a non più di cento chlometri dalla costa: e sono quelle acque profonde ma vicine alla costa che frequentano i capodogli.
Solo che ormai le devono condividere con un numero crescente di piattaforme petrolifere e per l'estrazione di gas. Insieme al traffico delle navi, all'inquinamento chimico, al rumore (che disturba le comunicazioni e l'orientamento dei cetacei), il pericolo è evidente. Il numero di piattaforme petrolifere delle acque profonde del golfo del Messico - parliamo solo delle acque sfruttate dagli Stati uniti - ha raggiunto un record di 42 a metà aprile, secondo il ministero degli interni Usa (Servizio per la gestione delle risorse minerali): l'anno scorso erano 26. Per acque profonde qui si intende trecento metri o più; di quel totale, 36 sono in acque profonde oltre 700 metri e otto scavano attorno a 1.600 metri. La produzione in acque profonde ora supera quella in acque superficiali, anche se solo il 4% di tutti i pozzi petroliferi nel golfo del Messico si trova in acque profonde.
L'inquinamento è la prima minaccia per i capodogli (e tutti i mammiferi marini). Uni studio diffuso in marzo identifica otto sostanze nocive, usate nelle perfirazioni poetrolifere, oggi immagazzinate in quantità che eccedono le norme: idrossido di sodio, idrossido di potassio, bromuro di zinco, acido idrofluorico, dietilammina, toluene, xilene e naftalene.
Gli studi intanto si moltiplicano: l'estate scorsa un gruppo di ricercatori di diverse università Usa e del National Marine Fisheries service ha seguito un gruppo di capodogli, ne ha segnati sei con trasmettitori satellitari e fotografati una cinquantina. Riferiscono che un solo maschio adulto è stato visto in quelle foto: il gruppo era composto solo da femmine, cuccioli e giovani ancora immaturi. I biologi texani sperano di sensibilizzare con la loro ricerca le autorità ambientali statunitensi. Difficilmente riusciranno a fermare, in nome del benessere delle balene, la trionfale avanzata dei pozzi di petrolio.




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