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AGRICOLTURA
L'agricoltura organica del Deccan
MARINA FORTI
2001.06.02
La cronaca della processione è di due noti ecologi indiani, Sujata Padmanabhan e Ashis Kothari, e la ritroviamo su un quindicinale di grande diffusione, Frontline, pubblicato a Chennai (Madras). Racconta l'esperienza ormai decennale di un'organizzazione rurale chiamata Deccan Development Society, che si dedica al recupero di un'agricoltura che oggi definiremmo "organica". L'esperienza, che coinvolge ormai 4.000 membri della Società per lo sviluppo del Deccan in 75 villaggi, punta a recuperare tecniche tradizionali di agricoltura e soprattutto varietà tradizionali. In una trentina di quei villaggi esiste una "banca dei semi" e in molti ci sono le "scuole verdi", piccole scuole rurali in cui è valutato il sapere degli agricoltori locali quanto l'insegnamento di agronomi. Le discussioni ascoltate in quei villaggi da Padmanabhan e Kothari trattano dei benefici della rotazione delle colture e dell'agricoltura organica mista - ad esempio è migliorato il valore nutritivo del cibo che la popolazione locale mette in tavola e la varietà di foraggio disponibile per il bestiame, la fertilità del suolo è aumentata, l'erosione diminuita, e con la varietà delle colture è diminuita la virulenza dei parassiti. "Una volta mangiavamo un tipo di miglio chiamato taidalu, che limitava il livello di zuccheri nel sangue. Ora mangiamo soprattutto riso e comincia a comparire il diabete", commentava un anziano contadino. Trattano anche dei problemi da superare, ad esempio la penuria di concime organico - dovuta al fatto che il bestiame è diminuito, molti dei vecchi pascoli comuni sono stati appropriati per opere di "sviluppo". Molti chiedono che il governo inserisca le varietà tradizionali nel Sistema pubblico di distribuzione, in modo da dargli un valore di mercato.
Il programma di agricoltura organica della Società per lo sviluppo del Deccan ha permesso il recupero di oltre mille ettari di terra incolta e di lanciare un mercato parallelo per le varietà tradizionali; le persone coinvolte sono soprattutto donne di strati sociali estremamente marginali (solo loro di solito le responsabili di coltivare per la famiglia). In totale sono stati creati in dieci anni un milione di nuovi posto di lavoro, la produzione di cibo per ettaro è aumentata, e soprattutto - scrivono i due ecologi - è stata avviata una solenziosa "rivoluzione sociale".
L'esempio del Deccan, spiegano Padmanabhan e Kothari, è tra i progetti incoraggiati dalla "Strategia nazionale e piano d'azione per la biodiversità" lanciata all'inizio dell'anno dal governo indiano. Ed è tanto più significativo, aggiungono, in un paese dove la rivoluzione verde (quella lanciata degli anni '60, con varietà di riso e di grano ibride ad alto rendimento e grande uso di acqua, concimi chimici e antiparassitari) ha omogeneizzato l'agricoltura, al punto che il 70% delle risaie e oltre il 90% del terreno a grano sono coltivati con appena un piccolo numero di nuove varietà: il numero delle varietà perse non è noto, ma secondo Khotari vanno calcolate nell'ordine di parecchie migliaia - senza contare che il 65% del terreno agricolo ora soffre di un grave crollo della produttività, per il passato eccesso di input chimici e l'esaurimento delle falde acquifere. L'esempio del Deccan, dicono, riaccende la speranza: "C'è una tranquilla fiducia nel fatto che la categoria di persone più oppresse in India, le donne dalit, stanno guidando una rivoluzione agricola... una rivoluzione di cui anche i grandi proprietari terrieri della regione cominciano, a malincuore, a prendere atto".




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