terra terra
ANIMALI
La sapienza di uccidere
FRANCO CARLINI
2001.06.17
Bisogna rassegnarsi all'evidenza scientifica, o
almeno statistica: l'estinzione dei grandi animali avvenuta
durante il tardo Pleistocene è il frutto dell'uomo, per sapiens
che esso fosse. I sospetti erano alti, ma ora due nuove ricerche
recentissime, l'una dal Nord America e l'altra dall'Australia,
aumentano di molto la ragionevolezza di questa ipotesi e la
precisano. Sono appena stati pubblicati nello stesso fascicolo
della rivista Science (8 giugno, volume 292, pag. 1888 e
1893).
Della strage del nord America molto si sà e da anni, anche grazie al saggio pubblicato da Paul Martin, fin dal 1967 e riproposta in un saggio del 1989, "Quaternary Extinctions : A Prehistoric Revolution". Meno nota invece è la storia australiana che rivela una massiccia estinzione, avvenuta 46.400 anni fa; di 24 generi di magafauna presenti ne rimase uno solo, quello da cui discesero i moderni canguri. Tutti gli altri vennero spazzati via o in maniera diretta, perché ne vennero cacciati troppi, o in maniera indiretta, per esempio per effetto delle modifiche all'ambiente, attraverso fuochi e deforestazioni, che gli umani andavano producendo. Va detto che questi animali, sia pure ben adattati, erano in realtà fragili, perché come sovente succede alle specie più grandi, producevano pochi figli per volta, e a distanza di tempo; dunque la loro possibilità di rimpiazzare rapidamente i morti era ridotta.
Esaminando e datando i resti sepolti i ricercatori australiani dimostrano intanto che l'estinzione avvenne in un intervallo di tempo relativamente breve e interessò aree geografiche del continente molto diverse tra di loro; dunque non sono attribuibili a diversità climatiche o di ambiente, ma vanno ricondotte a un'unica causa trasversale. Non solo, la scomparsa avvenne in un tempo in cui il clima era buono, e perciò non può dipendere da variazioni climatiche che peggiorarono l'habitat. Il terzo risultato cruciale è che l'estinzione principale è correlata temporalmente al comprarire in loco dell'uomo. Le imprecisioni della datazione non permettono per ora di stabilire se bastarono 400 anni dall'arrivo degli umani un Australia per produrre la catastrofe o se invece ne passarono addirittura 10 mila, ma la sequenza sembra fuori discussione e si ritrova anche in altri episodi di scomparsa, come quelli avvenuti alle isole Fiji, in Madagascar o in Nuova Zelanda: in tutti questi casi il quando varia, ma sempre coincide con la comparsa dell'uomo.
La ricerca relativa all'estinzione americana è stata invece condotta al computer. Si tratta infatti di un elaborato modello matematico che intreccia con le opportune equazioni diferenziali diverse popolazioni, quella degli umani - di cui si immagina l'arrivo nel continente, a partire dal nord, 14 mila anni fa - e quelle dei grandi mammiferi. Degli uomini si prevede lo spostamento migratorio verso sud, fino all'America meridionale, come effettivamente avvenne, con una certa velocità nel tempo, nonché un certo tasso di natalità. Il risultato importante è che facendo girare il computer con diversi parametri della simulazione, sempre si arriva allo stesso risultato finale, la scomparsa dei grandi animali. Possono variare eventualmente le scale temporali, ma l'esito era per così dire inevitabile, anche quando la voracità di carne degli umani fosse stata bassa e l'attitudine alla caccia ridotta. Anche in questo caso ci sono effetti indiretti: per esempio se vengono portati a estinzione i piccoli animali di cui i grandi si cibano, allora l'assenza di prede trascina con sé, dopo un certo tempo, anche la scomparsa dei predatori.
Non tutti gli studiosi concordano con questi risultati e, specialmente nel caso americano, si invoca spesso il cambiamento climatico, che lì ci fu, oppure altri effetti della presenza umana diversi dalla caccia; magari l'arrivo di malattie infettive che si propagarono anche alla fauna. Come sempre avviene per i fatti storici remoti, la parola fine non può mai essere pronunciata con assoluta certezza, né c'è la possibilità di una verifica sperimentale (ripetere gli eventi e vedere come vanno le cose). La simulazione al computer è l'unico modo di provarci.
Della strage del nord America molto si sà e da anni, anche grazie al saggio pubblicato da Paul Martin, fin dal 1967 e riproposta in un saggio del 1989, "Quaternary Extinctions : A Prehistoric Revolution". Meno nota invece è la storia australiana che rivela una massiccia estinzione, avvenuta 46.400 anni fa; di 24 generi di magafauna presenti ne rimase uno solo, quello da cui discesero i moderni canguri. Tutti gli altri vennero spazzati via o in maniera diretta, perché ne vennero cacciati troppi, o in maniera indiretta, per esempio per effetto delle modifiche all'ambiente, attraverso fuochi e deforestazioni, che gli umani andavano producendo. Va detto che questi animali, sia pure ben adattati, erano in realtà fragili, perché come sovente succede alle specie più grandi, producevano pochi figli per volta, e a distanza di tempo; dunque la loro possibilità di rimpiazzare rapidamente i morti era ridotta.
Esaminando e datando i resti sepolti i ricercatori australiani dimostrano intanto che l'estinzione avvenne in un intervallo di tempo relativamente breve e interessò aree geografiche del continente molto diverse tra di loro; dunque non sono attribuibili a diversità climatiche o di ambiente, ma vanno ricondotte a un'unica causa trasversale. Non solo, la scomparsa avvenne in un tempo in cui il clima era buono, e perciò non può dipendere da variazioni climatiche che peggiorarono l'habitat. Il terzo risultato cruciale è che l'estinzione principale è correlata temporalmente al comprarire in loco dell'uomo. Le imprecisioni della datazione non permettono per ora di stabilire se bastarono 400 anni dall'arrivo degli umani un Australia per produrre la catastrofe o se invece ne passarono addirittura 10 mila, ma la sequenza sembra fuori discussione e si ritrova anche in altri episodi di scomparsa, come quelli avvenuti alle isole Fiji, in Madagascar o in Nuova Zelanda: in tutti questi casi il quando varia, ma sempre coincide con la comparsa dell'uomo.
La ricerca relativa all'estinzione americana è stata invece condotta al computer. Si tratta infatti di un elaborato modello matematico che intreccia con le opportune equazioni diferenziali diverse popolazioni, quella degli umani - di cui si immagina l'arrivo nel continente, a partire dal nord, 14 mila anni fa - e quelle dei grandi mammiferi. Degli uomini si prevede lo spostamento migratorio verso sud, fino all'America meridionale, come effettivamente avvenne, con una certa velocità nel tempo, nonché un certo tasso di natalità. Il risultato importante è che facendo girare il computer con diversi parametri della simulazione, sempre si arriva allo stesso risultato finale, la scomparsa dei grandi animali. Possono variare eventualmente le scale temporali, ma l'esito era per così dire inevitabile, anche quando la voracità di carne degli umani fosse stata bassa e l'attitudine alla caccia ridotta. Anche in questo caso ci sono effetti indiretti: per esempio se vengono portati a estinzione i piccoli animali di cui i grandi si cibano, allora l'assenza di prede trascina con sé, dopo un certo tempo, anche la scomparsa dei predatori.
Non tutti gli studiosi concordano con questi risultati e, specialmente nel caso americano, si invoca spesso il cambiamento climatico, che lì ci fu, oppure altri effetti della presenza umana diversi dalla caccia; magari l'arrivo di malattie infettive che si propagarono anche alla fauna. Come sempre avviene per i fatti storici remoti, la parola fine non può mai essere pronunciata con assoluta certezza, né c'è la possibilità di una verifica sperimentale (ripetere gli eventi e vedere come vanno le cose). La simulazione al computer è l'unico modo di provarci.





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