terra terra
AGRICOLTURA
Allarme verde, cercasi predatori
FRANCO CARLINI
2001.06.29
Imparare dalla natura: molte delle invenzioni umane sono
geniali imitazioni di quanto l'evoluzione ha già forgiato durante
milioni di anni. In sostanza anziché provare e riprovare le
soluzioni in laboratorio, sovente è meglio studiare quel che
l'evoluzione ha già fatto: il caso ha fatto tutti i possibili
esperimenti e la selezione naturale ha fatto sopravvivere le
migliori, quelle più adatte a garantire la sopravvivenza di una
specie in un certo ambiente. A questa categoria appartengono
alcuni geniali trucchi con cui le piante, che non possono
scappare davanti ai predatori, si proteggono comunque. Un modo è
quello di emettere sostanze chimiche repellenti o sgradite ai
bruchi voraci, ma non è l'unico. C'è anche un altro meccanismo
chimico più tortuoso che è stato identificato solo da una dozzina
d'anni e che ora i ricercatori cercano di capire nel dettaglio,
eventualmente per utilizzarlo nella protezione dei raccolti.
In sostanza le cose vanno così: la pianta aggredita si accorge delle presenza degli animali nocivi (e già questa è una funzione alta e complicata); in risposta alla loro presenza rilascia nell'aria delle sostanze chimiche volatili che non hanno la funzione diretta di allontanare il disturbatore, ma quella di attirare i predatori o i parasitoidi specifici contro quel bruco. Il predatore ha imparato a associare quel segnale alla presenza di cibo per lui, e dunque arriva sulla pianta e la libera dall'aggressione; il parassitoide fa lo stesso lavoro, ma in modo indiretto, depone le uova nel corpo dell'animale. Una volta larve, lo divoreranno.
Come si vede, di strategie multiple e a complesse, con molteplici percorsi, evidentemente raffinati e specifici. Geniali insomma, e molto meno rozzi della soluzione umana che consiste nello spargere a pioggia insetticidi in abbondanza, magari intossicando terreno e contadini.
Di questi fenomeni si occupano diversi gruppi di ricercatori, al Max Plank Institut di Jena e all'università di California a Davis. La prima idea fu quella di spruzzare un ormone delle piante il quale a sua volta stimola la produzione dei segnali chimici. Ma non funziona: se i predatori vengono attirati anche quando non ci sono prede, allora non associeranno più il segnale alla disponibilità di cibo: gridare "al lupo, al lupo" annulla la serietà dell'allarme. Si può cercare allora di esaltare le doti spontanee delle piante nel rilasciare i segnali; si è scoperto per esempio che alcune varietà selvatiche di cotone producono assai più attrattori dei parassitoidi che non il cotone domestico; da qui il tentativo di incrociare le migliori virtù del cotone per restituire anche a quello da coltivazione una proprietà che alcune sue varietà avevano generato. E' una strada che stanno perseguendo un gruppo di ricercatori olandesi, come ci informa un articolo della rivista Nature (volume 410, pagina 736, anno 2001). Altri pensano che si possa operare direttamente con la manipolazione genetica, identificando i geni che comandano la produzione dei segnali chimici e inserendoli nelle piante in cui serve, ma nulla di tutto ciò è banale né semplice. E poi c'è un altro problema: questo elaborato meccanismo di difesa funziona solo se in zona esistono predatori e parassitoidi capaci di aggredire le pesti. Ma questa condizione, se si presenta facilmente negli ambiti naturali, è molto più difficile nel caso di grandi colture intensive. Occorrrebbe creare, in prossimità dei campi, opportuni serbatoi di insetti e aggressori, pronti a essere convocati al lavoro quando sia necessario. Insomma, fare qualcosa di analogo a quanto la natura realizza spontaneamente. Sembra complicato, ma invece potrebbe rivelarsi la migliore soluzione specialmente per i paesi in via di sviluppo; ci lavorano i ricercatori del Centro internazionale sulla Fisiologia degli insetti di Nairobi, in Kenya, sembra con risultati incoraggianti che ora vengono riproposti in Uganda, Malawi e Etiopia.
In sostanza le cose vanno così: la pianta aggredita si accorge delle presenza degli animali nocivi (e già questa è una funzione alta e complicata); in risposta alla loro presenza rilascia nell'aria delle sostanze chimiche volatili che non hanno la funzione diretta di allontanare il disturbatore, ma quella di attirare i predatori o i parasitoidi specifici contro quel bruco. Il predatore ha imparato a associare quel segnale alla presenza di cibo per lui, e dunque arriva sulla pianta e la libera dall'aggressione; il parassitoide fa lo stesso lavoro, ma in modo indiretto, depone le uova nel corpo dell'animale. Una volta larve, lo divoreranno.
Come si vede, di strategie multiple e a complesse, con molteplici percorsi, evidentemente raffinati e specifici. Geniali insomma, e molto meno rozzi della soluzione umana che consiste nello spargere a pioggia insetticidi in abbondanza, magari intossicando terreno e contadini.
Di questi fenomeni si occupano diversi gruppi di ricercatori, al Max Plank Institut di Jena e all'università di California a Davis. La prima idea fu quella di spruzzare un ormone delle piante il quale a sua volta stimola la produzione dei segnali chimici. Ma non funziona: se i predatori vengono attirati anche quando non ci sono prede, allora non associeranno più il segnale alla disponibilità di cibo: gridare "al lupo, al lupo" annulla la serietà dell'allarme. Si può cercare allora di esaltare le doti spontanee delle piante nel rilasciare i segnali; si è scoperto per esempio che alcune varietà selvatiche di cotone producono assai più attrattori dei parassitoidi che non il cotone domestico; da qui il tentativo di incrociare le migliori virtù del cotone per restituire anche a quello da coltivazione una proprietà che alcune sue varietà avevano generato. E' una strada che stanno perseguendo un gruppo di ricercatori olandesi, come ci informa un articolo della rivista Nature (volume 410, pagina 736, anno 2001). Altri pensano che si possa operare direttamente con la manipolazione genetica, identificando i geni che comandano la produzione dei segnali chimici e inserendoli nelle piante in cui serve, ma nulla di tutto ciò è banale né semplice. E poi c'è un altro problema: questo elaborato meccanismo di difesa funziona solo se in zona esistono predatori e parassitoidi capaci di aggredire le pesti. Ma questa condizione, se si presenta facilmente negli ambiti naturali, è molto più difficile nel caso di grandi colture intensive. Occorrrebbe creare, in prossimità dei campi, opportuni serbatoi di insetti e aggressori, pronti a essere convocati al lavoro quando sia necessario. Insomma, fare qualcosa di analogo a quanto la natura realizza spontaneamente. Sembra complicato, ma invece potrebbe rivelarsi la migliore soluzione specialmente per i paesi in via di sviluppo; ci lavorano i ricercatori del Centro internazionale sulla Fisiologia degli insetti di Nairobi, in Kenya, sembra con risultati incoraggianti che ora vengono riproposti in Uganda, Malawi e Etiopia.





• 