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AGRICOLTURA
Huertos biologici, l'Avana è leader
FRANCO CARLINI
2001.07.01
Per chi non lo sapesse, Cuba, anche suo malgrado, è
ormai paese leader nell'agricoltura biologica. E continua
comunque a stupire gli economisti per essere riuscita a non
collassare malgrado l'embargo statunitense che dura da più di 40
anni. Un rapporto rilasciato dall'organizzazione non governativa
americana Food First è stato recentemente dedicato a un
tale miracolo che registra una crescita della produzione agricola
del 250 per cento. Fa seguito a una serie di altre ricerche sullo
stesso tema che hanno anche prodotto un saggio dal titolo "Cuba:
una caso di successo di agricoltura sostenibile" (in: Hungry
for Profit: The Agribusiness Threat to Farmers, Food and the
Environment. Monthly Review Press, 2000).
La storia è lunga ma presto detta e dipende essenzialmente da variabili esterne di tipo geopolitico: prima l'embargo Usa, poi l'alleanza fin troppo stretta con l'Unione Sovietica che rappresentò un vero disastro sociale ed economico, spingendo il paese verso la monocultura della canna da zucchero e creando una stretta dipendenza dal potente alleato per quanto riguardava le macchine agricole, la benzina e i prodotti chimici; infine il collasso dell'Impero e Cuba che resta sola, trovandosi infine nel bel mezzo di una vera e propria carestia negli anni 1993-'94. In risposta alla crisi il governo cubano decise una conversione dell'intero settore agricolo da un sistema di economie di scala a uno basato sul decentramento. E contemporaneamente, essendo venute meno le forniture di concimi e pesticidi, decise di basarsi sulla produzione locale di tali prodotti oppure, più massicciamente, su dei loro sostituti biologici.
Questo ha significato sviluppare al massimo i biopesticidi, ovvero insetti che per loro natura siano predatori delle larve e dei bruchi che minacciano la salute delle piante; ma anche puntare su varietà di piante resistenti alle aggressioni e giocare al meglio sulla rotazione delle culture, insomma usare tutti i trucchi dei contadini di una volta. Stessa storia per i fertilizzanti sintetici che vennero sostituiti da biofertilizzanti, lombrichi, compost e altri prodotti organici. Ma l'aspetto più interessante è stato probabilmente l'impatto di questa riforma obbligata sulla precedente organizzazione del lavoro agricolo, fino ad allora basato sulle grandi fattorie collettive e su squadre di lavoro strutturate con criteri industriali e "fabbrichistici". Il vero difetto di quel sistema (oltre alla burocrazia statale e alla scarsa produttività) stava a monte, ovvero nel venir meno del rapporto tra il lavoratoratore e la terra. Una squadra ara un terreno, poi va su un altro, infine passa a un altro appezzamento e non c'è più quella identificazione e conoscenza del "proprio" campo che è connaturata all'attività agricola.
La riforma ha rovesciato tutto ciò, anche ridistribuendo e provatizzando le terre e obbligando per legge all'uso delle tecniche naturali. Certo con sistemi dirigisti e statalisti, ma questa volta ben pensati dato che, come ha riferito di recente anche un servizio della Bbc, i risultati sono stati lusinghieri. E' il caso della signora Clara Hernandes che produce melanzane, cocomeri, cipolle e altri ortaggi in uno dei tanti campi cittadini nei pressi dell'Avana, gli "huertos". Tutti vegetali rigorosamente organici e venduti agli abitanti del quartiere nonché a un po' di dioplomatici e uomini d'affari che li apprezzanno assai. "L'anno scorso abbiamo prodotto 27 chili per metro quadro, ma tre anni fa, quando abbiamo iniziato, erano solo 18. Quest'anno non ci aspettiamo meno di 30 Kg di verdure, un incremento del 30 per cento anno su anno".
Sia chiaro: questo è un processo lungo; è veroche si è creata persino una piccola quota di export delle preziose verdure, ma l'approvvigionamento nei negozi è scarso e i prezzi sono alti. Così come sono tuttora in vigore diverse forme di razionamento. Una tale situazione è stata immediatamente cavalcata dagli avversari del biologico, per sostenerne la scarsa economicità. Ma i due fenomeni sono disaccoppiati e le polemiche contro l'agricoltura organica non per caso montano quando va dimostrando che può avere successo ed essere redditizia.
La storia è lunga ma presto detta e dipende essenzialmente da variabili esterne di tipo geopolitico: prima l'embargo Usa, poi l'alleanza fin troppo stretta con l'Unione Sovietica che rappresentò un vero disastro sociale ed economico, spingendo il paese verso la monocultura della canna da zucchero e creando una stretta dipendenza dal potente alleato per quanto riguardava le macchine agricole, la benzina e i prodotti chimici; infine il collasso dell'Impero e Cuba che resta sola, trovandosi infine nel bel mezzo di una vera e propria carestia negli anni 1993-'94. In risposta alla crisi il governo cubano decise una conversione dell'intero settore agricolo da un sistema di economie di scala a uno basato sul decentramento. E contemporaneamente, essendo venute meno le forniture di concimi e pesticidi, decise di basarsi sulla produzione locale di tali prodotti oppure, più massicciamente, su dei loro sostituti biologici.
Questo ha significato sviluppare al massimo i biopesticidi, ovvero insetti che per loro natura siano predatori delle larve e dei bruchi che minacciano la salute delle piante; ma anche puntare su varietà di piante resistenti alle aggressioni e giocare al meglio sulla rotazione delle culture, insomma usare tutti i trucchi dei contadini di una volta. Stessa storia per i fertilizzanti sintetici che vennero sostituiti da biofertilizzanti, lombrichi, compost e altri prodotti organici. Ma l'aspetto più interessante è stato probabilmente l'impatto di questa riforma obbligata sulla precedente organizzazione del lavoro agricolo, fino ad allora basato sulle grandi fattorie collettive e su squadre di lavoro strutturate con criteri industriali e "fabbrichistici". Il vero difetto di quel sistema (oltre alla burocrazia statale e alla scarsa produttività) stava a monte, ovvero nel venir meno del rapporto tra il lavoratoratore e la terra. Una squadra ara un terreno, poi va su un altro, infine passa a un altro appezzamento e non c'è più quella identificazione e conoscenza del "proprio" campo che è connaturata all'attività agricola.
La riforma ha rovesciato tutto ciò, anche ridistribuendo e provatizzando le terre e obbligando per legge all'uso delle tecniche naturali. Certo con sistemi dirigisti e statalisti, ma questa volta ben pensati dato che, come ha riferito di recente anche un servizio della Bbc, i risultati sono stati lusinghieri. E' il caso della signora Clara Hernandes che produce melanzane, cocomeri, cipolle e altri ortaggi in uno dei tanti campi cittadini nei pressi dell'Avana, gli "huertos". Tutti vegetali rigorosamente organici e venduti agli abitanti del quartiere nonché a un po' di dioplomatici e uomini d'affari che li apprezzanno assai. "L'anno scorso abbiamo prodotto 27 chili per metro quadro, ma tre anni fa, quando abbiamo iniziato, erano solo 18. Quest'anno non ci aspettiamo meno di 30 Kg di verdure, un incremento del 30 per cento anno su anno".
Sia chiaro: questo è un processo lungo; è veroche si è creata persino una piccola quota di export delle preziose verdure, ma l'approvvigionamento nei negozi è scarso e i prezzi sono alti. Così come sono tuttora in vigore diverse forme di razionamento. Una tale situazione è stata immediatamente cavalcata dagli avversari del biologico, per sostenerne la scarsa economicità. Ma i due fenomeni sono disaccoppiati e le polemiche contro l'agricoltura organica non per caso montano quando va dimostrando che può avere successo ed essere redditizia.





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