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BIOTECNOLOGIE
I benefici batteri "biorisanatori"
FULVIO GIOANETTO
2001.01.26
Esempi sono le rinnovate resistenze dei batteri agli antibiotici (dovute soprattutto allo scambio spontaneo e al trasferimento di geni fra batteri che alle mutazioni), come si osserva negli ambienti ospedalieri, dove l'uso massiccio e sistematico di antibiotici e di sulfamidici sui pazienti spesso finiscono per aumentarne le difese. O nella produzione agroalimentare, dove non si cerca più di avere una "fabbrica pulita e asettica" ma si cerca di gestire la biodiversità batterica attraverso dei biofilm messi direttamente nei laboratori di produzione.
Le applicazioni biotecnologiche di questa biodiversità batterica in campo ambientale (biorisanamento, bioreattori, decontaminazione di siti ed aree contaminate, smaltimento di residui pericolosi, fermentazioni batteriche nel compost ad uso agricolo) sono abbastanza conosciute e il loro uso è generalizzato, anche se spesso si pongono in risalto gli aspetti negativi: rischio d'immissione e di proliferazione incontrollata nell'ambiente, clonazioni, accrescimento di resistenze e d'immunità acquisite difficili da controllare e da contrastare nel prossimo futuro.
Anche qui gli esempi non mancano. Già sono in commercio dei ceppi batterici estratti dalla soia che servono per degradare e ossidare i suoli contaminati dall'inquinamento petrolchimico. Altre popolazioni batteriche sono impiegate per assorbire diossina e altre, resistenti ai radionuclidi, per degradare i suoli irradiati e trasformare il cesio radioattivo. Alcune addirittura sono usate per ossidare e neutralizzare composti difficili da smaltire come toluene, clorobenzene e altri solventi inorganici.
Nelle miniere sudafricane e canadesi si impiegano da tempo tecnologie che utilizzano diversi tipi naturali di biomassa che assorbono in modo passivo i residui contaminanti e immobilizzano i metalli pesanti e solubili. In Olanda per ridurre la tossicità e l'inquinamento dei suoli agricoli ed industriali contaminati con pesticidi, petrolio, clorobenzeni e Pcd, si applicano abitualmente bioreattori batterici a basso costo, con il risultato di un'assenza totale d'emissioni residue nel suolo e nell'aria, lasciando inoltre la struttura naturale del sedimento contaminato inalterata. In Kuwait, per ripulire i terreni contaminati dal petrolio durante la guerra del Golfo, l'esercito americano sta inoculando direttamente nel suolo e facendo compostaggio con dei miscugli batterici. A Panama, nei terreni militari delle recentemente evacuate basi Usa dove si sperimentarono centinaia di tipi di bombe biologiche e chimiche, si stanno impiegando specie native dei generi Pseudomonas e Clostricum per pulire suoli contaminati da Tnt e Pcd.
Esistono insomma biotecnologie "pulite" ed ecologicamente interessanti che valorizzano e incrementano la biodiversità spontanea delle popolazioni batteriche, ma anche così è importante mantenere alcune perplessità. Non solamente quelle relative al "diritto" a brevettare i microrganismi naturali (a chi spetta il "diritto alla proprietà" di un ceppo batterico) o quelle, più complesse, sulla legalità di commercializzare e brevettare una conoscenza tradizionale di una regione o patrimonio di una specifica popolazione umana. Un altro ordine di perplessità riguarda l'effettiva necessità, da parte di un laboratorio o di una industria, di clonare una popolazione batterica economicamente "interessante", ritenendola più efficiente dela popolazione naturale: dimostrerebbero il contrario le ricerche da poco pubblicate sulle strategie di bio assorbimento spontaneo durante le estati australi dalle popolazioni batteriche costiere della Terra d'Adelia (Antartico), da cui risulta chiaramente che i ceppi naturali sono molto più efficaci di quelli clonati per degradare i suoli contaminati da diesel e idrocarburi.





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