terra terra
AGRICOLTURA
L'ultima battaglia dei Nelson
ROCCO QUINDICI
2001.03.16
"Come semplici contadini non possiamo
permetterci di lottare contro questi giganti multinazionali...
Sappiamo che hanno già incaricato sei avvocati per il nostro caso
e ti assicuriamo dal fondo dei nostri cuori che non siamo
colpevoli di nulla. Noi sentiamo che non abbiamo altro che il
nostro Governo a cui rivolgerci per avere aiuto".
Così recita la lettera di Rodney Nelson al senatore Byron Dorgan (vedi CropChoice.com News, www.cropchoice.com). Rodney, Roger e Greg Nelson sono tre agricoltori statunitensi. Possiedono (forse ancora non per molto) una fattoria ad Amenia, nel North Dakota, dove coltivano circa 2.000 ettari di soia. Nel 1998, abboccando alla pubblicità della Monsanto, hanno deciso di coltivare la soia transgenica "Roundup ready", resistente al glifosato (prodotto dalla Monsanto stessa). All'epoca le varietà più adatte al clima locale non erano disponibili, e i Nelson decisero di piantare con soia Ogm solo i 34 ettari più infestati di erbacce. Dopo il trattamento, le erbacce sparirono ma il raccolto non fu granché. Ma nel 1999 erano finalmente disponibili le varietà a maturazione precoce adatte ai climi del North Dakota e i Nelson decisero di coltivare con soia Ogm ben 1.500 acri (circa 750 ettari). A caro prezzo: oltre 56.000 dollari di semente più 18.800 dollari di "diritti di proprietà" alla Monsanto (quasi 160 milioni di lire, in totale). Di nuovo però il risultato è stato deludente: circa un 10% di resa in meno degli altri 1.100 ettari coltivati con soia "normale".
Questo risultato negativo non dipende dall'incapacità dei Nelson, ma è confermato da numerosi studi: secondo l'Istitute of Agricolture and Natural Resources dell'Università del Nebraska la soia transgenica produce il 6% di meno delle varietà naturali affini - fino all'11% in meno se si considerano le varietà ad alta resa (ottenute con incroci tradizionali). Anche il costo degli erbicidi non è affatto diminuito. In termini di volume, sostiene Rodney Nelson, c'è stato un aumento di circa 10 volte (e che il glifosato sia innocuo ormai lo sostiene solo la Monsanto...). A questi problemi si aggiunga che la soia Ogm non la vuole nessuno, tanto che i rivenditori offrono prezzi vantaggiosi per la soia "pulita".
Nessuna sorpresa quindi se i Nelson nel 2000 decidono di non coltivare la soia Ogm. Ma è li che cominciano i guai. Per prima cosa, negli Usa (e presumibilmente pure in Italia) la semente di soia Ogm-free è quasi introvabile, tanto che già nel dicembre 1999 l'American Soybean Association ha avvisato i suoi associati di non dichiarare una produzione "non transgenica" per non incorrere in problemi legali. I Nelson comunque coltivano soia tradizionale, ma Monsanto comincia a mandare ispettori per verificare se non hanno riutilizzato parte dei semi raccolti l'anno prima (cosa rigidamente vietata dal contratto che protegge i diritti di proprietà della Monsanto). A seguito dei suoi test (mai convalidati da una pubblica autorità) Monsanto ora accusa i Nelson di aver ripiantato soia Ogm e vuole altri 160 milioni di lire di danni (semi e diritti), anche se altri test hanno dimostrato che meno del 2% della soia coltivata dai Nelson nel 2000 era resistente all'erbicida (questa percentuale è comunemente attribuita alla contaminazione delle sementi).
Sarà di scarsa consolazione per i Nelson sapere che sono in buona compagnia: Monsanto ha centinaia di cause legali come questa in corso tra Usa e Canada.La fragilità dei contadini di fronte all'invadenza delle multinazionali si conferma come la ragione principale per dire no agli Ogm, mentre la questione delle tecnologie tipo Terminator (che sterilizzando i semi impediscono ai contadini di riseminare la propria produzione) è approdata alla Convenzione sulla Biodiversità che l'anno scorso ha sancito una moratoria (non molto rispettata, pare) sullo sviluppo di queste tecnologie. E anche negli Usa qualcosa si muove. Proprio nel North Dakota è in discussione una legge per vietare il grano transgenico, visto che là si produce il 70% del grano duro statunitense. Si noti: dei 5,5 milioni di tonnellate di grano prodotti negli Usa il 45% è esportato in Europa: il progetto di legge HB 1338 è la nostra ultima speranza di "pane pulito"?
Così recita la lettera di Rodney Nelson al senatore Byron Dorgan (vedi CropChoice.com News, www.cropchoice.com). Rodney, Roger e Greg Nelson sono tre agricoltori statunitensi. Possiedono (forse ancora non per molto) una fattoria ad Amenia, nel North Dakota, dove coltivano circa 2.000 ettari di soia. Nel 1998, abboccando alla pubblicità della Monsanto, hanno deciso di coltivare la soia transgenica "Roundup ready", resistente al glifosato (prodotto dalla Monsanto stessa). All'epoca le varietà più adatte al clima locale non erano disponibili, e i Nelson decisero di piantare con soia Ogm solo i 34 ettari più infestati di erbacce. Dopo il trattamento, le erbacce sparirono ma il raccolto non fu granché. Ma nel 1999 erano finalmente disponibili le varietà a maturazione precoce adatte ai climi del North Dakota e i Nelson decisero di coltivare con soia Ogm ben 1.500 acri (circa 750 ettari). A caro prezzo: oltre 56.000 dollari di semente più 18.800 dollari di "diritti di proprietà" alla Monsanto (quasi 160 milioni di lire, in totale). Di nuovo però il risultato è stato deludente: circa un 10% di resa in meno degli altri 1.100 ettari coltivati con soia "normale".
Questo risultato negativo non dipende dall'incapacità dei Nelson, ma è confermato da numerosi studi: secondo l'Istitute of Agricolture and Natural Resources dell'Università del Nebraska la soia transgenica produce il 6% di meno delle varietà naturali affini - fino all'11% in meno se si considerano le varietà ad alta resa (ottenute con incroci tradizionali). Anche il costo degli erbicidi non è affatto diminuito. In termini di volume, sostiene Rodney Nelson, c'è stato un aumento di circa 10 volte (e che il glifosato sia innocuo ormai lo sostiene solo la Monsanto...). A questi problemi si aggiunga che la soia Ogm non la vuole nessuno, tanto che i rivenditori offrono prezzi vantaggiosi per la soia "pulita".
Nessuna sorpresa quindi se i Nelson nel 2000 decidono di non coltivare la soia Ogm. Ma è li che cominciano i guai. Per prima cosa, negli Usa (e presumibilmente pure in Italia) la semente di soia Ogm-free è quasi introvabile, tanto che già nel dicembre 1999 l'American Soybean Association ha avvisato i suoi associati di non dichiarare una produzione "non transgenica" per non incorrere in problemi legali. I Nelson comunque coltivano soia tradizionale, ma Monsanto comincia a mandare ispettori per verificare se non hanno riutilizzato parte dei semi raccolti l'anno prima (cosa rigidamente vietata dal contratto che protegge i diritti di proprietà della Monsanto). A seguito dei suoi test (mai convalidati da una pubblica autorità) Monsanto ora accusa i Nelson di aver ripiantato soia Ogm e vuole altri 160 milioni di lire di danni (semi e diritti), anche se altri test hanno dimostrato che meno del 2% della soia coltivata dai Nelson nel 2000 era resistente all'erbicida (questa percentuale è comunemente attribuita alla contaminazione delle sementi).
Sarà di scarsa consolazione per i Nelson sapere che sono in buona compagnia: Monsanto ha centinaia di cause legali come questa in corso tra Usa e Canada.La fragilità dei contadini di fronte all'invadenza delle multinazionali si conferma come la ragione principale per dire no agli Ogm, mentre la questione delle tecnologie tipo Terminator (che sterilizzando i semi impediscono ai contadini di riseminare la propria produzione) è approdata alla Convenzione sulla Biodiversità che l'anno scorso ha sancito una moratoria (non molto rispettata, pare) sullo sviluppo di queste tecnologie. E anche negli Usa qualcosa si muove. Proprio nel North Dakota è in discussione una legge per vietare il grano transgenico, visto che là si produce il 70% del grano duro statunitense. Si noti: dei 5,5 milioni di tonnellate di grano prodotti negli Usa il 45% è esportato in Europa: il progetto di legge HB 1338 è la nostra ultima speranza di "pane pulito"?





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