India aveva fatto una certa apertura alle sementi geneticamente
modificate, ma il mese scorso, a sorpresa, le porte si sono
chiuse. Il ministero dell'ambiente infatti ha negato la
commercializzazione di una varietà di cotone sviluppato dalla
Monsanto e dalla sua sussidiaria locale Mahyco (Maharashtra
hybrid seed company). La decisione è stata presa perché non
appaiono chiari benefici economici e restano delle incertezze
rispetto alla sicurezza. Due mesi fa invece i ricercatori indiani
del Dipartimento di biotecnologie lo avevano validato,
suggerendone anzi la diffusione su larga scala.
Il cotone Monsanto contiene due elementi di manipolazione: il
primo, più importante e potenzialmente benefico, è la presenza
dei geni tipici di un batterio, l'ormai famoso Bacillus
thurigiensis, che conferisce alle piante in cui si sviluppa
una buona resistenza a un insetto che le attacca. Il 40 per cento
dei pesticidi usati nel paese sono dedicati a combattere tale
peste. Il cotone modificato dovrebbe consentire di usare meno
pesticidi chimici e di alzare la produzione di questa materia
prima così importante per l'India (detiene il 15 per cento del
mercato mondiale).
Le prime sperimentazioni in 52 appezzamenti sotto controllo della
Monsanto-Mahyco cominciarono già nel 1998, sempre in accordo con
il Dipartimento delle biotecnologie, e avendo avuto successo,
almeno secondo i proponenti, si trattava ora di passare alla
commercializzazione: ma proprio qui è arrivato lo stop, con la
richiesta di ulteriori verifiche scientifiche. Il ministero
dell'ambiente infatti sostiene che i primi test così positivi
sono stati fatti fuori stagione, quando gli insetti nocivi sono
naturalmente in numero minore. Dunque l'efficacia del cotone
genetico dovrà essere meglio verificata su terreni più estesi e
questa volta con la supervisione del Consiglio per le ricerche
agricole (Icar).
Il secondo elemento di manipolazione del cotone è l'inserimento
di un gene resistente alla streptomicina come marcatore. In
questo come in altri casi si tratta infatti di riconoscere in
quali piante la manipolazione ha avuto successo e un modo per
farlo è di trattarle con antibiotici: quelle che resistono hanno
passato l'esame. Ma proprio l'uso di geni che provocano
resistenza agli antibiotici viene criticato perché si teme che
essi possano propagarsi alla popolazione, rendendo inefficaci i
farmaci.
Per ora la Monsanto ha fatto buon viso alle nuove richieste,
anche se ha già investito nel progetto 8 milioni di dollari negli
ultimi sei anni. Applaude invece con convinzione La Fondazione
per la Scienza, la Tecnologia e l'Ecologia: "Il via libera
avrebbe aperto le dighe a un'alluvione di altre sementi
geneticamente modificate in una situazione in cui l'India non ha
le appropriate infrastrutture tecnico-scientifiche per gestire il
rischio dell'ingegneria genetica". Va ricordato che diversi paesi
in via di sviluppo non hanno un'opposizione pregiudiziale agli
organismi Gm, ma che la loro critica si rivolge soprattutto al
fatto che esse risulterebbero fuori controllo e non appropriate.
Questa per esempio è la posizione espressa da Tewolde Berhan
Egziabher, a capo dell'autorità etiope per l'ambiente. Se molti
paesi africani stanno rifiutando la facile importazione di
sementi Gm è soprattutto per merito del suo ruolo guida, che lo
ha reso assai inviso agli occidentali. Eppure Egziabher fa dei
ragionamenti di assoluto buon senso: "Molto spesso gli
occidentali arrivano con delle ricette semplificate che provocano
più problemi che soluzioni. Io credo che dovrebbero smetterla di
prescrivere soluzioni. Se ci vogliono aiutare dovrebbero
instaurare delle collaborazioni basate su un dialogo genuino. Io
non sono favorevole né contrario ad alcuna tecnologia. Ognuna è
buona a seconda della combinazione tra le nostre esigenze e le
sue promesse. L'ingegneria genetica è appunto solo una delle
possibili tecnologie".
E poi c'è la questione dei brevetti, sui quali ancora Egziabher
ha le idee chiare: "per come stanno oggi le cose un'azienda
americana può detenere i diritti per una pianta che è nata in
Etiopia e chiedere le royalty agli etiopi che la usano. Se
succedesse sarebbe tragico".
• domenica 17 febbraio 2013
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Stop indiano al cotone modificato
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2001.07.06
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