ipopolamento. Bella parola. Riecheggia una voglia virtuosa e a
volte un po' ingenua di rispetto dell'ambiente. Una voglia di
recupero della "natura" alle condizioni precedenti i danni
operati dell'uomo. Anche con i fagiani cosiddetti "pronta caccia"
si ripopola l'ambiente. Ma solo per una notte o poco più.
Si tratta di animali fra i più disgraziati, schiavi della
libidine venatoria dell'uomo, tirati su in batteria in
allevamento per venire liberati e finire impallinati da qualche
cacciatore della domenica. Caccia facile, rasoterra, roba da tiro
al bersaglio al luna park. Perché i fagiani nati in cattività,
abituati in gabbia, ai mangimi, quindi inadatti alla vita
selvatica e alla ricerca autonoma del cibo, finiscono subito
preda di volpi e altri animali selvatici. Spesso già la prima
notte: questi poveri animali appena liberati non dormono sugli
alberi come fanno per istinto i loro "cugini" selvatici, perché
gli alberi non sanno cosa sono. Rimangono quindi a terra e almeno
il 50 per cento rimane vittima di stenti o di altri animali. Solo
nel Friuli-Venezia Giulia vengono "prodotti" e "liberati" 250.000
fagiani pronta caccia l'anno. Un giro d'affari che, riferito solo
alla vendita, nella regione dell'estremo Nordest sfiora i 4
miliardi. Un fagiano d'allevamento è venduto a un prezzo che
oscilla fra le 12 e le 15.000 lire. Secondo la legge regionale n.
30, è vietato liberarli dalla terza settimana di settembre al 31
gennaio. Ciò per dare la teorica possibilità agli animali
sopravissuti di inserirsi nella vita selvatica per poter poi
affrontare i cacciatori a condizioni di maggior "parità". Questo
però avviene solo in parte, perché il divieto vale solo per
quelle che il linguaggio burocratico chiama "aziende faunistico
venatorie", in pratica le riserve di caccia private, senza scopo
di lucro. Il divieto non vale invece per le "aziende
agri-turistico venatorie", dove la caccia è permessa sempre, a
pagamento. I fagiani, nel passato specie autoctona del
Friuli-Venezia Giulia, sono quindi involontari protagonisti di un
ripopolamento di massa, pratica ben diversa dalla gradualità con
cui dovrebbero venir gestiti questi processi, che si ripete
invariata e abortita ogni anno. Una pratica che sopravvive fra i
meandri della legge 157/92 che consente la caccia "purché non
contrasti con l'esigenza di conservazione della fauna selvatica".
Una pratica che viene accettata da molti protezionisti,
preoccupati più della conservazione "meccanica" della specie che
dei risvolti etici del rapporto uomo-animale.
Sarebbe tutto qui, e sarebbe già abbastanza. Se un'altra polemica
questa primavera non avesse avvelenato in Friuli-Venezia Giulia
il rapporto fra allevatori di fagiani e cacciatori. Questi ultimi
hanno infatti accusato gli allevatori di produrre fagiani
inquinanti. Animali che verrebbero allevati a suon di
antibiotici, additivi chimici e antidepressivi nei mangimi,
ripetendo i peggiori protocolli degli allevamenti intensivi. E
che in ogni caso verrebbero "liberati" troppo presto, ben prima
dei previsti quindici giorni di "astinenza" dai prodotti chimici
che farebbero loro smaltire le schifezze con cui sarebbero stati
rimpinzati nel loro primo (e ultimo) periodo di vita. Fagiani
deboli e ammalati, pieni di robaccia, abbandonati in
quell'inferno sconosciuto che è per loro l'ambiente naturale, che
diventerebbero in questo modo inconsapevoli e pericolosi "untori"
dell'ambiente, e cibo inquinanti per i predatori e per l'uomo
stesso.La polemica ha avuto un botta e risposta sul
Gazzettino di Venezia: "I nostri fagiani sono sicuri e
di qualità", hanno replicato gli allevatori della regione,
assicurando di allevare gli animali con metodi e mangimi
naturali, e lamentandosi di non poter programmare la propria
attività dato il veloce mutamento delle leggi venatorie.
Chi ha ragione? Chissà. Di sicuro hanno torto i fagiani. Anzi, i
fagiani "pronta caccia". Soprannominati così dagli umani.
• domenica 17 febbraio 2013
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terra terra
ANIMALI
Il fagiano "pronta caccia"
GIULIANO SADAR
2001.07.13
R
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