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AGRICOLTURA
La concorrenza al tè "biologico"
MARINA FORTI
2001.08.05
Sul mercato mondiale del tè l'India aveva un vantaggio
rispetto alla temibile concorrente, la Cina: è la maggiore
esportatrice di tè "biologico", o "organico", quello cresciuto
senza pesticidi e fertilizzanti chimici. Ma la sua posizione ora
è minacciata. La Cina ha annunciato l'intenzione di avviare
coltivazioni biologiche. Il governo dello Yunnan, la sua maggiore
provincia produttrice di tè, investirà 753mila dollari all'anno
per i prossimi cinque anni, per creare oltre 6.600 ettari di
piantagioni di tè organico.
Certo, prima che le foglioline di tè biologico cinese arrivino sul mercato ci vorrà tempo: il tè è un cespuglio che impiega anni per diventare produttivo (almeno 9 anni per la varietà Darjeeling, il più pregiato dei tè indiani; quattro per la varietà dell'Assam). Anche convertire un terreno alla coltivazione biologica richiede tempo, perché la terra deve smaltire i fertilizzanti chimici usati in precedenza.
Per l'India, la scelta del tè organico era stata obbligata. Il caso era scoppiato proprio attorno al tè del Darjeeling, la regione ai contrafforti orientali dell'Himalaya. Sulle sue colline verde smeraldo produce una decina di milioni di chili di tè ogni anno, ed esporta l'80% della produzione. Nel '92-'93 però la Germania ha respinto una partita di Darjeeling perché quelle foglie contenevano residui di un pericoloso pesticida (il tetradifon) in dosi 24 volte più alte del limite fissato dall'Unione europea. Di fronte alla minaccia di perdere il mercato europeo alcuni coltivatori si sono riconvertiti. Oggi il Darjeeling produce quasi 1 milione di chili di tè organico all'anno - circa il 10% della sua produzione totale - e lo esporta tutto in Europa e in Giappone.La coltivazione organica infatti ha costi alti, sia perché la produttività delle piante è minore e sia perché il produttore deve mettere in conto alcuni anni di immobilizzo del capitale (necessari a svecchiare le piante e ripulire il terreno): è raro che i piccoli coltivatori se lo possano permettere, anche se l'investimento sarà in futuro compensato da prezzi più alti sul mercato internazionale. La regione del Darjeeling poi sconta anni di degrado dei terreni e un generale invecchiamento delle piante. Il cespuglio del tè ha vita lunga, ma dopo una certa età la produttività declina. Oggi il 60% dei cespugli del Darjeeling ha almeno un secolo di vita, dunque è meno produttivo e più vulnerabile agli attacchi dei parassiti; ma svecchiare le piantagioni è un investimento costoso, e il governo da tempo non lancia programmi sistematici di sostituzione, con il risultato di un calo generale della produzione (fino a un decennio fa era sui 15 milioni di chili l'anno: è scesa di un terzo).
Per questo motivo del resto sulle colline color smeraldo l'uso di erbicidi, fertilizzanti chimici e antiparassitari continua in modo massiccio, con un grave problema di salute dei lavoratori agricoli e della popolazione circostante, di inquinamento delle falde acquifere e di esaurimento dei terreni: un circolo vizioso. Salvo dove industriali con capitali da investire hanno tentato la riconversione... Non per nulla il maggiore produttore di tè biologico in India è il Goodricke Group (sussidiaria di un gruppo britannico, Lawrie Group), che nell'88 aveva rilevato le piantagioni "ammalate" di un noto produttore locale e nel '97 è diventato il primo esportatore di Darjeeling organico; produce circa 150 mila chili di tè all'anno, ovvero 350 chili per ettaro. Si capisce che tema la concorrenza cinese: i pianificatori dello Yunnan contano di raggiungere una produttività media di 600 chili per ettaro, quando le nuove piantagioni biologiche saranno a regime, dunque una produzione totale di circa 4 milioni di chili all'anno. E' tutta questione di costi: i consumatori europei o giapponesi finora hanno volentieri pagato un sovrapprezzo per una bevanda senza residui di pesticidi. Ma già il Nepal offre tè organico a prezzi notevolmente più bassi dell'India, contando su un costo del lavoro più a buon mercato - cosa fastidiosa per gli indiani, anche perché il tè nepalese, cresciuto su colline di alta montagna simili al Darjeeling, è di ottima qualità. E quando nei supermercati europei arrivera del buon tè organic cinese, il vantaggio indiano sarà definitivamente tramontato.
Certo, prima che le foglioline di tè biologico cinese arrivino sul mercato ci vorrà tempo: il tè è un cespuglio che impiega anni per diventare produttivo (almeno 9 anni per la varietà Darjeeling, il più pregiato dei tè indiani; quattro per la varietà dell'Assam). Anche convertire un terreno alla coltivazione biologica richiede tempo, perché la terra deve smaltire i fertilizzanti chimici usati in precedenza.
Per l'India, la scelta del tè organico era stata obbligata. Il caso era scoppiato proprio attorno al tè del Darjeeling, la regione ai contrafforti orientali dell'Himalaya. Sulle sue colline verde smeraldo produce una decina di milioni di chili di tè ogni anno, ed esporta l'80% della produzione. Nel '92-'93 però la Germania ha respinto una partita di Darjeeling perché quelle foglie contenevano residui di un pericoloso pesticida (il tetradifon) in dosi 24 volte più alte del limite fissato dall'Unione europea. Di fronte alla minaccia di perdere il mercato europeo alcuni coltivatori si sono riconvertiti. Oggi il Darjeeling produce quasi 1 milione di chili di tè organico all'anno - circa il 10% della sua produzione totale - e lo esporta tutto in Europa e in Giappone.La coltivazione organica infatti ha costi alti, sia perché la produttività delle piante è minore e sia perché il produttore deve mettere in conto alcuni anni di immobilizzo del capitale (necessari a svecchiare le piante e ripulire il terreno): è raro che i piccoli coltivatori se lo possano permettere, anche se l'investimento sarà in futuro compensato da prezzi più alti sul mercato internazionale. La regione del Darjeeling poi sconta anni di degrado dei terreni e un generale invecchiamento delle piante. Il cespuglio del tè ha vita lunga, ma dopo una certa età la produttività declina. Oggi il 60% dei cespugli del Darjeeling ha almeno un secolo di vita, dunque è meno produttivo e più vulnerabile agli attacchi dei parassiti; ma svecchiare le piantagioni è un investimento costoso, e il governo da tempo non lancia programmi sistematici di sostituzione, con il risultato di un calo generale della produzione (fino a un decennio fa era sui 15 milioni di chili l'anno: è scesa di un terzo).
Per questo motivo del resto sulle colline color smeraldo l'uso di erbicidi, fertilizzanti chimici e antiparassitari continua in modo massiccio, con un grave problema di salute dei lavoratori agricoli e della popolazione circostante, di inquinamento delle falde acquifere e di esaurimento dei terreni: un circolo vizioso. Salvo dove industriali con capitali da investire hanno tentato la riconversione... Non per nulla il maggiore produttore di tè biologico in India è il Goodricke Group (sussidiaria di un gruppo britannico, Lawrie Group), che nell'88 aveva rilevato le piantagioni "ammalate" di un noto produttore locale e nel '97 è diventato il primo esportatore di Darjeeling organico; produce circa 150 mila chili di tè all'anno, ovvero 350 chili per ettaro. Si capisce che tema la concorrenza cinese: i pianificatori dello Yunnan contano di raggiungere una produttività media di 600 chili per ettaro, quando le nuove piantagioni biologiche saranno a regime, dunque una produzione totale di circa 4 milioni di chili all'anno. E' tutta questione di costi: i consumatori europei o giapponesi finora hanno volentieri pagato un sovrapprezzo per una bevanda senza residui di pesticidi. Ma già il Nepal offre tè organico a prezzi notevolmente più bassi dell'India, contando su un costo del lavoro più a buon mercato - cosa fastidiosa per gli indiani, anche perché il tè nepalese, cresciuto su colline di alta montagna simili al Darjeeling, è di ottima qualità. E quando nei supermercati europei arrivera del buon tè organic cinese, il vantaggio indiano sarà definitivamente tramontato.





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