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ANIMALI
Iguane e felini a gogò
FULVIO GIOANETTO
2001.08.25
Simbolo acquatico di fertilitá, abbondanza e rinnovo della vita, in molte tradizioni e folklori popolari mesoamericane le iguane spesso sono state elevate al rango di manifestazione divina; in quante strutture architettoniche, templi e piramidi appaiono scolpiti questi rettili, a incarnare le imprese epiche dell'eroe primigenio; quante credenze popolari evidenziano le proprietá afrodisiache e ricostituenti del suo sangue e della sua carne. Fin dall'epoca precolombiana, le iguane sono state utilizzate come alimento, medicina, animale da compagnia con usi religiosi, magici e commerciali.
Tempo fa, per proteggerle, un'associazione ecologista dello stato di Colima (Messico), BioIguana, lanció una campagna di educazione ambientale con la gente del posto e delle cittá vicine. Visto l'interesse suscitato, l'associazione continuò costruendo, nella scuola media di Tecoman, un iguanario per la riproduzione di questi rettili in cattività; quando l'attività ha preso piede ha cominciato a vendere un 40% degli animali per la carne e come animali da compagnia. Per quest'anno si calcola una produzione di 10.000 iguane, che diventeranno trentamila con il nuovo progetto di tre allevamenti. Il costo di un'iguana da questi allevamenti è modesto (20-30 dollari), se paragonato ai 200 dollari del mercato nero.
Con il successo e le prime entrate, per l'iguanario sono arrivate anche le critiche, le pressioni, le accuse. Querele per arricchimento indebito dietro il pretesto ecologista, denuncie scientifiche di creare animali da compagnia disadattati alla vita selvaggia. Sono argomenti classici per discreditare valide iniziative conservazioniste, come la campagna che cercò di screditare all'opinione pubblica statunitense la Fondazione per la preservazione dei carnivori (www.cptigers.org), che possiede la piú grande collezione mondiale privata di felini in cattività minacciati di estinzione: 50 binturon arborei, 50 caracali, 39 servali e 33 ocelotti. Creata da un genetista che abbandonò nel 1975 l'insegnamento universitario per dedicarsi tempo pieno alla sua passione di allevare felini in estinzione (tigri, giaguari, ocelotti), la Fondazione diffuse l'idea che l'unica speranza di sopravvivenza per tigri e altri felini selvatici era creare sottospecie geneticamente diverse e adattabili. E fu accusata di creare ibridi che mai potranno ritornare allo stato selvaggio.
Ma, ad esempio di quanto rischiosa sia la classificazione scientifica, si pensi ai leopardi: il quadro tassonomico è stato ridefinito e le 27 sottospecie sono diventate 8 con tutte le ripercussioni nei vari zoo. Altro esempio è la pantera della Florida, un tipo di puma la cui popolazione si ridusse a una dozzina di animali a causa della caccia e dell'invasione umana dell'habitat. Infine gli zoologi accettarono di introdurre puma dal Texas per rafforzare la popolazione selvatica della Florida (www.panther.state.fl.us). Fu un successo: il 36% della popolazione dei nuovi puma è il prodotto "naturale" dell'incrocio fra queste due sottospecie. Molte specie di felini sono rappresentate solamente per uno o due individui in cattività in tutto il mondo. Evidente che questi frammenti di specie non possono essere conservati con buoni risultati: alcuni recenti studi effettuati sugli ocelotti confermano che 18 felini possono essere sufficienti per conservare un 90% dei geni per almeno un secolo, ma solo se i discendenti arrivano a 400 esemplari. Certamente il ruolo della genetica nella conservazione è un argomento delicato, soprattutto quando sono in gioco interessi scientifici ed economici. Resta l'evidenza, come nel caso dei felini in cattività, che si ottengono buoni risultati quando si riesce a far convergere la passione amatoriale con la pianificazione delle istituzioni zoologiche. Quanto alle reali capacitá di adattamento di questi animali, la questione resta aperta.





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