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ENERGIA
Lotta energ(et)ica contro la povertà
MARINELLA CORREGGIA
2001.09.26
L'effetto ambientale globale è devastante: il prelievo di legna da ardere contribuisce alle deforestazione (oltretutto una delle cause più importanti dell'effetto serra) e alla desertificazione delle zone aride. L'uso di combustibili fossili "da poveri", come il kerosene o il diesel, dà il suo contributo all'effetto serra ed è costosissimo per le famiglie. In proporzione al reddito pro capite, i combustibili fossili - per scopi termici o di illuminazione - costano a una famiglia del Sud del mondo fino a 300 volte di più che al Nord, quindi sono spesso inaccessibili.
Peraltro, se i paesi poveri intendessero fornire energia a quei famosi due miliardi ricorrendo alle fonti fossili, oltre ad aggiungere mattoni all'insostenibilità globale essi si troverebbero a dover spendere ancora di più per importare energia, sottraendo risorse ai settori sociali. Ma la necessità di trovare alternative si impone perfino nei paesi del Sud con larghe disponibilità di gas, carbone e petrolio: là, i più poveri spesso non beneficiano dei relativi guadagni, mentre subiscono i danni legati all'estrazione.
Insomma, per il bene di tutti "molte delle riserve mondiali di combustibili fossili come carbone, petrolio e gas devono rimanere sottoterra, perché le energie alternative possono dare elettricità e calore a tutti in modo più economico e sostenibile. "Purché vi si investa!" sostiene Greenpeace lanciando, insieme a Body Shop, una campagna per l'applicazione di massa delle energie pulite (sole, vento, acqua, onde e maree) nelle zone povere del pianeta. Power to tackle poverty propone alle agenzie internazionali, agli stati e ai movimenti questa grande sfida: per "migliorare le vite dei più poveri, ridurre il rischio della catastrofe climatica e andare così verso un mondo più giusto e sostenibile". Le due organizzazioni formuleranno questa richiesta di impegno alla comunità internazionale nel corso del Summit mondiale sullo sviluppo sostenibile (Sudafrica 2002).
Una sfida importante e che si può vincere, sostiene il rapporto preparatorio della campagna che parte dai bisogni energetici insoddisfatti dei poveri, propone le tecnologie alternative e l'organizzazione tecnica in grado di risolverli, illustra casi concreti già operanti.
Impianti solari domestici, piccole centrali idroelettriche, turbine a vento, lanterne solari portatili per illuminare le campagne rurali dei paesi poveri. Piccole centrali idroelettriche per usi domestici ma anche per lavorare i prodotti agricoli. Fotovoltaico per scuole e ospedali. Pompe solari o eoliche di villaggio per estrarre l'acqua pulita. Cucine solari per cucinare i cibi e sterilizzare l'acqua. Essiccatori solari. Biogas dal compost come modo più economico e sano per cucinare, o quantomeno stufe a legna "risparmiose".
Già milioni di famiglie usano questi sistemi, gestiti in genere dalle istituzioni locali o nazionali, con più o meno bravura. In India come in Cina, in Vietnam come in Kenya, e perfino a Kiribati. I principali produttori di effetto serra sono i paesi ricchi, ma proprio per questo fa parte dei loro doveri sostenere finanziariamente i paesi poveri affinché seguano un'altra strada.
Greenpeace quantifica in 200-250 miliardi di dollari l'investimento necessario. Non è poi tanto, se si pensa che parliamo di due miliardi di esseri umani, che le somme dovrebbero provenire dalla fine dei sussidi all'energia sporca, che la cifra è pari a un quarto della spesa mondiale per le armi. Per non parlare delle guerre, recenti e prossime.




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