terra terra
COMMERCIO
Cuoio indiano insanguinato
MARINELLA CORREGGIA
2001.09.30
Il cuoio made in India è minacciato di
boicottaggio o effettivamente boicottato da aziende importanti
dei principali paesi importatori fra cui Germania, Gran Bretagna,
Stati Uniti, Italia, Danimarca, Grecia, Olanda, Hong Kong. Marchi
noti come Timberland si sono aggiunti al boicottaggio un mese fa.
Le esportazioni indiane sono calate in valore del 6,8% in un solo
anno. La voce commerciale è rilevante, oltre 1,3 miliardi di
dollari, non certo per il valore unitario che è molto basso ma
per la quantità esportata. Che è enorme, perché l'India "ex
vegetariana" uccide sempre più animali.
L'industria indiana del cuoio, riferisce la rivista quindicinale indiana Frontline, effettua la prima lavorazione di circa 230 milioni di metri di pelli e cuoio, provenienti da animali macellati anche per la loro carne. Peraltro l'India tiene per sé solo la prima lavorazione, il processo più inquinante, vendendo pelli a poco prezzo mentre il valore aggiunto della lavorazione successiva si produrrà nel paese acquirente. La ragione del boicottaggio mirato internazionale è animalista: nelle varie fasi dall'allevamento al trasporto alla macellazione si verificano vere e prolungate torture sugli animali, come hanno denunciato con tanto di video shock sia alcune organizzazioni indiane che l'internazionale Peta.
Gli allevamenti intensivi tipo lager si stanno espandendo, soprattutto per quel che riguarda polli e maiali, ma anche ormai i bovini e le capre. Lunghi e orribili i trasporti. Spesso feriti dai metodi sbrigativi di carico, gli animali viaggiano su camion strapieni, senza acqua né cibo. Oppure sono obbligati a una forzata marcia a zampe verso la morte per centinaia di chilometri; questo succede perché vari stati indiani hanno proibito i macelli: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Nei macelli sono fortunati gli animali ammazzati con il taglio della gola, ma altri vengono appesi per le zampe e per la fretta scuoiati mezzi vivi. In molti stati indiani i bovini giovani e sani per legge non possono essere uccisi e allora vengono mutilati per avere il pretesto di portarli al macello.
Gli animalisti hanno cominciato nel 1998 a far pressione sul governo indiano perché le leggi siano applicate. Ma secondo Peta non c'è stata risposta effettiva. Da qui l'appello al boicottaggio rivolto agli acquirenti internazionali del cuoio indiano. Il cuoio e non la carne perché, spiegano a Peta, "l'India guadagna dall'export di cuoio e pelli undici volte di più che dalla vendita all'estero della carne". Peta ha fatto in precedenza lo stesso, e per analoghe ragioni, con la Cina, altra grande esportatrice di pellame: molti compratori internazionali hanno seguito l'appello anche se non è ancora chiaro con quali risultati per gli animali. L'industria del cuoio indiana si sente però ingiustamente perseguitata. Secondo M.M. Hashim, presidente del Consiglio degli esportatori di pellame (Cle) ed esportatore a Madras, "senza dubbio ci sono violazioni dei diritti animali e delle leggi nazionali durante il trasporto e l'uccisione, e noi stessi ci siamo mossi per spingere il governo a intervenire, ma prendere di mira la nostra industria non ha senso". Perché, spiega, la pelle è solo un sottoprodotto e corrisponde a un piuttosto insignificante 10% del valore dell'animale.
L'anno scorso in India sono stati uccisi 24.300.000 bovini, 46.700.000 ovini, 16.000.000 maiali;oltretutto, secondo la Fao, questi dati si riferiscono solo ai 3.600 macelli legali e non comprendono gli animali uccisi in oltre 30.000 macelli "informali". Queste cifre, e le modalità di uccisione e trasporto, smentiscono quel che resisteva nell'immaginario collettivo di un'India "vegetariana", che nella sua costituzione, all'articolo 42, invoca - unica al mondo - la "compassione per tutti i viventi". Il governo integralista indù del Bjp ipocritamente sostiene l'esportazione di carne e cuoio come parte dell'integrazione nell'economia globalizzata.
Ci si mette anche la Wto: nel 1998 annunciò l'avvio di un contenzioso da parte dell'Unione Europea contro alcune restrizioni indiane all'export di pelli grezze e pelli da pelliccia. Insomma, da un lato si boicotta l'export, dall'altro si costringe a esportare. Una impasse.
L'industria indiana del cuoio, riferisce la rivista quindicinale indiana Frontline, effettua la prima lavorazione di circa 230 milioni di metri di pelli e cuoio, provenienti da animali macellati anche per la loro carne. Peraltro l'India tiene per sé solo la prima lavorazione, il processo più inquinante, vendendo pelli a poco prezzo mentre il valore aggiunto della lavorazione successiva si produrrà nel paese acquirente. La ragione del boicottaggio mirato internazionale è animalista: nelle varie fasi dall'allevamento al trasporto alla macellazione si verificano vere e prolungate torture sugli animali, come hanno denunciato con tanto di video shock sia alcune organizzazioni indiane che l'internazionale Peta.
Gli allevamenti intensivi tipo lager si stanno espandendo, soprattutto per quel che riguarda polli e maiali, ma anche ormai i bovini e le capre. Lunghi e orribili i trasporti. Spesso feriti dai metodi sbrigativi di carico, gli animali viaggiano su camion strapieni, senza acqua né cibo. Oppure sono obbligati a una forzata marcia a zampe verso la morte per centinaia di chilometri; questo succede perché vari stati indiani hanno proibito i macelli: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Nei macelli sono fortunati gli animali ammazzati con il taglio della gola, ma altri vengono appesi per le zampe e per la fretta scuoiati mezzi vivi. In molti stati indiani i bovini giovani e sani per legge non possono essere uccisi e allora vengono mutilati per avere il pretesto di portarli al macello.
Gli animalisti hanno cominciato nel 1998 a far pressione sul governo indiano perché le leggi siano applicate. Ma secondo Peta non c'è stata risposta effettiva. Da qui l'appello al boicottaggio rivolto agli acquirenti internazionali del cuoio indiano. Il cuoio e non la carne perché, spiegano a Peta, "l'India guadagna dall'export di cuoio e pelli undici volte di più che dalla vendita all'estero della carne". Peta ha fatto in precedenza lo stesso, e per analoghe ragioni, con la Cina, altra grande esportatrice di pellame: molti compratori internazionali hanno seguito l'appello anche se non è ancora chiaro con quali risultati per gli animali. L'industria del cuoio indiana si sente però ingiustamente perseguitata. Secondo M.M. Hashim, presidente del Consiglio degli esportatori di pellame (Cle) ed esportatore a Madras, "senza dubbio ci sono violazioni dei diritti animali e delle leggi nazionali durante il trasporto e l'uccisione, e noi stessi ci siamo mossi per spingere il governo a intervenire, ma prendere di mira la nostra industria non ha senso". Perché, spiega, la pelle è solo un sottoprodotto e corrisponde a un piuttosto insignificante 10% del valore dell'animale.
L'anno scorso in India sono stati uccisi 24.300.000 bovini, 46.700.000 ovini, 16.000.000 maiali;oltretutto, secondo la Fao, questi dati si riferiscono solo ai 3.600 macelli legali e non comprendono gli animali uccisi in oltre 30.000 macelli "informali". Queste cifre, e le modalità di uccisione e trasporto, smentiscono quel che resisteva nell'immaginario collettivo di un'India "vegetariana", che nella sua costituzione, all'articolo 42, invoca - unica al mondo - la "compassione per tutti i viventi". Il governo integralista indù del Bjp ipocritamente sostiene l'esportazione di carne e cuoio come parte dell'integrazione nell'economia globalizzata.
Ci si mette anche la Wto: nel 1998 annunciò l'avvio di un contenzioso da parte dell'Unione Europea contro alcune restrizioni indiane all'export di pelli grezze e pelli da pelliccia. Insomma, da un lato si boicotta l'export, dall'altro si costringe a esportare. Una impasse.




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