terra terra
AGRICOLTURA
L'Afghanistan ha perso i suoi semi
MARINA FORTI
2002.02.19
Il problema immediato è il cibo: organizzazioni umanitarie
come la Croce Rossa o il Programma alimentare mondiale (Pam)
delle Nazioni unite stanno distribuendo aiuti in Afghanistan per
sfamare una popolazione stremata. Preoccupano soprattutto le zone
montagnose più remote: sia la Croce rossa che il Pam hanno
mandato missioni per accertare quanto cibo è necessario e dove, e
stanno componendo un quadro allarmante...
Ma l'urgenza non è solo sfamare milioni di afghani: è ricostruire l'economia rurale di un paese dove in tempi normali l'agricoltura da lavoro a tre quarti della popolazione. L'Afghanistan produceva grano, legumi, frutta, noci, pistacchi. I frutteti della regione di Kandahar erano famosi e rifornivano anche il mercato pakistano di melograni, prugne, mele, e di frutta secca; il nord abbondava di pistacchi e mandorli. Ora, anni di guerre, devastazioni e infine siccità hanno distrutto non solo i raccolti ma le strade, infrastrutture, i sistemi di irrigazione. Hanno decimato mandrie e greggi, distrutto gli alberi - un po' per il commercio di legname, un po' per la legna da ardere. E soprattutto lasciato l'Afghanistan senza sementi: da che mondo è mondo i contadini tengono parte del raccolto per seminarlo alla stagione successiva, ma di fronte alla fame ogni sacchetto di grano o lenticchie viene mangiato.
Così, tra gli esperti delle organizzazioni internazionali è chiaro che una delle prime cose da fare è rifornire l'Afghanistan di semi. Negli ultimi anni la Fao, organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura, ha mantenuto progetti per raccogliere e conservare semi delle varietà locali di cereali (quelli "addomesticati" e i loro parenti spontane), legumi, alberi da frutto. Progetti importanti: ma l'ultimo rapporto sull'Afghanistan, lo scorso autunno, segnalava la difficoltà di raccogliere e conservare risorse genetiche in una situazione di guerra, senza un'autorità centrale. Eppure proprio in una crisi come questa l'esistenza di stock di sementi indigene diventa essenziale.
Già, perché diversi progetti si stanno mettendo in moto per rifornire l'Afghanistan di sementi - tra cui quello di un'organizzazione non governativa che ha sede negli Stati uniti, Future Harvest ("raccolto futuro"), e che ha ottenuto 11,5 milioni di dollari da UsAid, l'agenzia del governo americano per gli aiuti internazionali per avviare la produzione locale di sementi. Produrre semi significa coltivare - ad esempio grano o legumi - e poi non consumare il raccolto ma usarlo per seminare di nuovo l'anno successivo. Il progetto è affidato al International Center for Agricoltural Research in Dry Areas (Centro internazionale per la ricerca in zone aride) che ha sede ad Aleppo, in Siria. Nei suoi "archivi" questo centro ha oltre 2.000 varietà di piante provenienti dall'Afghanistan. Il programma prevede che il mese prossimo un gruppo di scienziati coordinati dal centro di Aleppo vadano in Afghanistan con uno stock iniziale di 3.850 tonnellate di semi di una dozzina di piante adatte al clima del paese. Altre 11mila tonnellate - soprattutto grano, granturco, orzo e altre granaglie - saranno mandati in primavera per la semina. L'obiettivo è produrre circa 125mila tonnellate di semi in un anno, necessari secondo gli esperti di Aleppo ad assicurare l'autosufficenza dell'agricoltura afghana. E i responsabili del progetto assicurano che gran parte di questi semi sono indigeni, provengono dalle raccolte di germoplasma condotte fin dagli anni `70 - pare che questa regione dell'Asia centrale sia stata molto studiata perché zona di origine di molte piante diffuse, dalla carota ai ceci. Citato dal New York Times, il direttore generale del centro di Aleppo, professor Adel el-Beltagy, dice che gran parte dei semi che restavano in Afghanistan sono andati perso con l'ultima semina: "Quando per il terzo anno di seguito non cade pioggia, i semi non sopravvivono nel terreno". Certo, se la siccità persiste neanche mandare tonnellate di sementi servirà a molto. Ma se pioggia e irrigazione aiuteranno, l'Afghanistan sarà "ripopolato" dalle banche dei semi.
Ma l'urgenza non è solo sfamare milioni di afghani: è ricostruire l'economia rurale di un paese dove in tempi normali l'agricoltura da lavoro a tre quarti della popolazione. L'Afghanistan produceva grano, legumi, frutta, noci, pistacchi. I frutteti della regione di Kandahar erano famosi e rifornivano anche il mercato pakistano di melograni, prugne, mele, e di frutta secca; il nord abbondava di pistacchi e mandorli. Ora, anni di guerre, devastazioni e infine siccità hanno distrutto non solo i raccolti ma le strade, infrastrutture, i sistemi di irrigazione. Hanno decimato mandrie e greggi, distrutto gli alberi - un po' per il commercio di legname, un po' per la legna da ardere. E soprattutto lasciato l'Afghanistan senza sementi: da che mondo è mondo i contadini tengono parte del raccolto per seminarlo alla stagione successiva, ma di fronte alla fame ogni sacchetto di grano o lenticchie viene mangiato.
Così, tra gli esperti delle organizzazioni internazionali è chiaro che una delle prime cose da fare è rifornire l'Afghanistan di semi. Negli ultimi anni la Fao, organizzazione delle Nazioni unite per l'agricoltura, ha mantenuto progetti per raccogliere e conservare semi delle varietà locali di cereali (quelli "addomesticati" e i loro parenti spontane), legumi, alberi da frutto. Progetti importanti: ma l'ultimo rapporto sull'Afghanistan, lo scorso autunno, segnalava la difficoltà di raccogliere e conservare risorse genetiche in una situazione di guerra, senza un'autorità centrale. Eppure proprio in una crisi come questa l'esistenza di stock di sementi indigene diventa essenziale.
Già, perché diversi progetti si stanno mettendo in moto per rifornire l'Afghanistan di sementi - tra cui quello di un'organizzazione non governativa che ha sede negli Stati uniti, Future Harvest ("raccolto futuro"), e che ha ottenuto 11,5 milioni di dollari da UsAid, l'agenzia del governo americano per gli aiuti internazionali per avviare la produzione locale di sementi. Produrre semi significa coltivare - ad esempio grano o legumi - e poi non consumare il raccolto ma usarlo per seminare di nuovo l'anno successivo. Il progetto è affidato al International Center for Agricoltural Research in Dry Areas (Centro internazionale per la ricerca in zone aride) che ha sede ad Aleppo, in Siria. Nei suoi "archivi" questo centro ha oltre 2.000 varietà di piante provenienti dall'Afghanistan. Il programma prevede che il mese prossimo un gruppo di scienziati coordinati dal centro di Aleppo vadano in Afghanistan con uno stock iniziale di 3.850 tonnellate di semi di una dozzina di piante adatte al clima del paese. Altre 11mila tonnellate - soprattutto grano, granturco, orzo e altre granaglie - saranno mandati in primavera per la semina. L'obiettivo è produrre circa 125mila tonnellate di semi in un anno, necessari secondo gli esperti di Aleppo ad assicurare l'autosufficenza dell'agricoltura afghana. E i responsabili del progetto assicurano che gran parte di questi semi sono indigeni, provengono dalle raccolte di germoplasma condotte fin dagli anni `70 - pare che questa regione dell'Asia centrale sia stata molto studiata perché zona di origine di molte piante diffuse, dalla carota ai ceci. Citato dal New York Times, il direttore generale del centro di Aleppo, professor Adel el-Beltagy, dice che gran parte dei semi che restavano in Afghanistan sono andati perso con l'ultima semina: "Quando per il terzo anno di seguito non cade pioggia, i semi non sopravvivono nel terreno". Certo, se la siccità persiste neanche mandare tonnellate di sementi servirà a molto. Ma se pioggia e irrigazione aiuteranno, l'Afghanistan sarà "ripopolato" dalle banche dei semi.





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