terra terra
RIFIUTI TOSSICI
Gli e-rifiuti che inquinano l'Asia
MARINELLA CORREGGIA
2002.03.08
La società high-tech è spesso chiamata "immateriale": ma
non bisogna farsi ingannare... I prodotti tecnologici richiedono
numerose sostanze che vanno estratte dalle viscere della Terra,
consumano energia e altri materiali mentre sono in uso, e
diventano presto e-rifiuti molto inquinanti. Cina, India e
Pakistan sono i destinatari di enormi quantità di rifiuti
high-tech, esportati dagli Usa, che saranno trasformati in
condizioni assai rischiose per la salute umana e per l'ambiente,
avvelenando terra e acqua. E' quanto illustra il rapporto
Exporting Harm: The High-Tech Trashing of Asia
("Esportare danni: la spazzatura high-tech in Asia", realizzato
da una coalizione internazionale di organizzazioni ambientaliste
tra cui l'International Basel Action Network (Ban) e in
California il gruppo Silicon Valley Toxics Coalition, con il
sostegno di gruppi ambientalisti locali.
Apprendiamo così che a Guiyu, nella provincia cinese di Quandong, nell'area del fiume Lianjiang, circa 100mila lavoratori migranti"smontano e lavorano rifiuti del 21esimo secolo con tecniche del 19esimo". Il team ambientalista ha visto tonnellate di rifiuti elettronici stoccati vicino ai fiumi, nei campi e in canali di irrigazione; e si tratta di aree risicole. Donne, bambini, uomini del tutto all'oscuro dei rischi ambientali e sanitari bruciano all'aperto plastiche e fili metallici, estraggono l'oro con sostanze acide vicino agli argini, mescolano e bruciano circuiti saldati, schiacciano tubi catodici estraendone il rame. Il monitor viene poi gettato via e poco alla volta il piombo arriverà nelle acque sotterranee. Nel Guiyu l'acqua dei pozzi non si può più bere e deve arrivare da decine di chilometri con camion. Insomma, "vista da là, l'era cibernetica è un incubo" dice Jim Puckett, coordinatore del Basel Action Network: "applicare le regole del libero commercio ai rifiuti tossici lascia ai poveri del mondo solo un'inaccettabile scelta fra miseria e veleni".
I commerci di schifezze sono fiorenti. Ma nell'export di e-rifiuti americani c'è una vergogna in più, sostiene il gruppo con centro a Balisea: è il fatto che il governo Usa lo incoraggia. Gli Usa sono l'unico paese industrializzato al mondo che non ha ratificato la Convenzione di Basilea, un trattato delle Nazioni Unite che ha messo al bando il commercio di rifiuti tossici; hanno inoltre escluso i rifiuti elettronici dal loro Resource Conservation and Recovery Act e dalle norme nazionali che regolano l'export, formalmente perché il materiale è destinato al riciclaggio.
Computer, relativi monitor e tastiere, televisori, telefoni cellulari e altri beni elettronici contengono schiere di ingredienti tossici fra cui piombo, berillio, mercurio, cadmio, materiali ignifughi al bromo. La maggior parte dei fabbricanti ha rifiutato di eliminare i materiali rischiosi, così come di rendere più facile il disassemblaggio; nonostante alcuni tentativi di riciclare in modo non pericoloso alcuni ingredienti, la maggior parte dei rifiuti resta destinata a discariche e centri "artigianali" di riciclaggio, all'estero. Il governo Usa non ha fatto nulla per rendere i produttori responsabili dell'intero ciclo vitale dei prodotti high-tech. I centri di riciclaggio offrono spesso "false soluzioni", sostiene il rapporto. Fra il 50 e l'80% dei rifiuti elettronici raccolti per il riciclaggio negli Usa non viene appunto trattato in patria, ma spedito via per nave. Il fatto è che in Asia la forza lavoro è a buon mercato e la salute e l'ambiente anche. Inoltre alcuni stati Usa, come la California e il Massachussetts hanno già vietato la messa in discarica di monitor e altri rifiuti high-tech.
L'Unione Europea e il Giappone hanno applicato al Convenzione di Basilea e reso i produttori responsabili per l'intero ciclo di vita dei beni tecnologici. Gli autori del rapporto chiedono agli Usa di fare lo stesso. Per un fatto di giustizia ecologica. Sottolinea Ted Smith della Silicon Valley Toxic Coalition:"I consumatori statunitensi sono i principali beneficiari della rivoluzione tecnologica; non devono permettere che a pagarne i costi siano altri. I nostri e-rifiuti vanno trattati a casa nostra".
Apprendiamo così che a Guiyu, nella provincia cinese di Quandong, nell'area del fiume Lianjiang, circa 100mila lavoratori migranti"smontano e lavorano rifiuti del 21esimo secolo con tecniche del 19esimo". Il team ambientalista ha visto tonnellate di rifiuti elettronici stoccati vicino ai fiumi, nei campi e in canali di irrigazione; e si tratta di aree risicole. Donne, bambini, uomini del tutto all'oscuro dei rischi ambientali e sanitari bruciano all'aperto plastiche e fili metallici, estraggono l'oro con sostanze acide vicino agli argini, mescolano e bruciano circuiti saldati, schiacciano tubi catodici estraendone il rame. Il monitor viene poi gettato via e poco alla volta il piombo arriverà nelle acque sotterranee. Nel Guiyu l'acqua dei pozzi non si può più bere e deve arrivare da decine di chilometri con camion. Insomma, "vista da là, l'era cibernetica è un incubo" dice Jim Puckett, coordinatore del Basel Action Network: "applicare le regole del libero commercio ai rifiuti tossici lascia ai poveri del mondo solo un'inaccettabile scelta fra miseria e veleni".
I commerci di schifezze sono fiorenti. Ma nell'export di e-rifiuti americani c'è una vergogna in più, sostiene il gruppo con centro a Balisea: è il fatto che il governo Usa lo incoraggia. Gli Usa sono l'unico paese industrializzato al mondo che non ha ratificato la Convenzione di Basilea, un trattato delle Nazioni Unite che ha messo al bando il commercio di rifiuti tossici; hanno inoltre escluso i rifiuti elettronici dal loro Resource Conservation and Recovery Act e dalle norme nazionali che regolano l'export, formalmente perché il materiale è destinato al riciclaggio.
Computer, relativi monitor e tastiere, televisori, telefoni cellulari e altri beni elettronici contengono schiere di ingredienti tossici fra cui piombo, berillio, mercurio, cadmio, materiali ignifughi al bromo. La maggior parte dei fabbricanti ha rifiutato di eliminare i materiali rischiosi, così come di rendere più facile il disassemblaggio; nonostante alcuni tentativi di riciclare in modo non pericoloso alcuni ingredienti, la maggior parte dei rifiuti resta destinata a discariche e centri "artigianali" di riciclaggio, all'estero. Il governo Usa non ha fatto nulla per rendere i produttori responsabili dell'intero ciclo vitale dei prodotti high-tech. I centri di riciclaggio offrono spesso "false soluzioni", sostiene il rapporto. Fra il 50 e l'80% dei rifiuti elettronici raccolti per il riciclaggio negli Usa non viene appunto trattato in patria, ma spedito via per nave. Il fatto è che in Asia la forza lavoro è a buon mercato e la salute e l'ambiente anche. Inoltre alcuni stati Usa, come la California e il Massachussetts hanno già vietato la messa in discarica di monitor e altri rifiuti high-tech.
L'Unione Europea e il Giappone hanno applicato al Convenzione di Basilea e reso i produttori responsabili per l'intero ciclo di vita dei beni tecnologici. Gli autori del rapporto chiedono agli Usa di fare lo stesso. Per un fatto di giustizia ecologica. Sottolinea Ted Smith della Silicon Valley Toxic Coalition:"I consumatori statunitensi sono i principali beneficiari della rivoluzione tecnologica; non devono permettere che a pagarne i costi siano altri. I nostri e-rifiuti vanno trattati a casa nostra".




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