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ANIMALI
Estinzione e commercio dei cetacei
FULVIO GIOANETTO
2002.03.21
Con una popolazione stimata attualmente in 567 esemplari
un cetaceo marino esclusivo della parte alta del Golfo di
California messicano, la popolare "vaquita marina" (Phocoena
sinus), rischia di estinguersi definitivamente in uno-due
anni. Un appello firmato da più di 150 organizzazioni
ambientaliste e istituzioni accademiche messicane e
internazionali, chiede al governo di promuovere una campagna di
conservazione e alle associazioni di pescatori di evitare
l'estinzione definitiva di questo piccolo simpatico cetaceo
(www.vaquitamarina.org) che vive fra i 20 ed i 30 metri di
profonditá nelle acque del golfo di California, in piccoli gruppi
di tre-quattro individui.
Fra i fattori che concorrono all'accellerata inesorabile estinzione di questo cetaceo, oltre alla attività peschiere, ci sono l'inquinamento con organoclorati, Ddt e pesticidi degli affluenti del rio Colorado, provocati dalle attivitá agricole. Annualmente muoiono in media fra i 40 ed i 90 individui, intrappolati nelle reti a strascico che servono per acchiappare quel poco che resta delle specie ittiche esportate negli Usa, dagli squali alle mante. Le associazioni ed i sindacati dei pescatori hanno giá da tempo manifestato il loro interesse per realizzare delle modifiche nelle loro tecniche di pesca, per eliminare la cattura accidentale del cetaceo. Le piccole famiglie di pescatori della regione, circa 600 persone, si dicono disposte a utilizzare nelle loro pratiche peschiere dei sistemi ecologici ed ecostenibili, a condizione che si riducano le attivitá delle circa 150 navi-fabbrica che pescano settimanalmente gamberi e gamberoni nelle acque da Puertecitos (Baja California) fino a Puerto Peñasco (Sonora); un'attivitá distruttiva e insostenible, dove per pescare un chilo di gamberi si catturano "accidentalmente" fra i 10 ed i 15 chili di altre specie, che vengono rigettate al mare come scarto.
Quello che in molti temono sono le miliardarie perdite economiche dal lungo boicottaggio e dalla chiusura al mercato statunitense ai pescatori di tonno messicani, che erano giustamente accusati di sterminare migliaia di delfini con le loro pratiche peschiere distruttive. La maggior parte della flotta peschiera dovette non solamente cambiare le reti, riducendone la larghezza e la profondità, ma anche ristrutturare tutto il loro sistema di pesca.
Di fatto molte campagne di boicottaggio e di dumping contro le produzione peschiere ed agricole centroamericane da parte delle varie amministrazioni statunitensi, appoggiate spesso dalle legittime e giustificate campagne delle associazioni dei consumatori, servono a giustificare pressioni economiche e politiche contro paesi che non vogliono accettare i sempre nuovi e arbitrari diktat commerciali. Eil caso del mango, della papaya e quello piú recente dell'ananas messicano, ecuadoriano e hondureño.
Un esempio è quello che sta accadendo nelle già critiche relazioni con Cuba, dove l'acquario de La Havana ed il Ministero della Scienza e Tecnologia da qualche anno hanno venduto ad acquari e parchi di divertimento europei e caraibici una ottantina di delfini a naso di bottiglia catturati nelle acque atlantiche, ad un prezzo fra i 40.000 ed i 70.000 dollari per ciascun esemplare. Non potendo venderli direttamente ai privati statunitensi, il lucrativo commercio dei delfini passa per una complessa rete di intermediari e broker nella Repubblica Dominicana, a Antigua e in altri paesi caraibici. In questi giorni l'amministrazione Usa (il Dipartimento del Tesoro e l'Office of Foreign Assets Control) hanno aperto una inchiesta per individuare e punire due broker, cittadini statunitensi, "colpevoli" di violazione delle leggi dell'embargo contro Cuba. La campagna contro la cattura di delfini selvatici per usarli in parchi di divertimento è stata da sempre uno degli obiettivi dei movimenti nordamericani per i diritti animali. Le leggi statunitensi permettono la loro cattura, ma sotto la pressione dei gruppi animalisti vennero modificate stabilendo una moratoria da applicare valutando -caso per caso.
Fra i fattori che concorrono all'accellerata inesorabile estinzione di questo cetaceo, oltre alla attività peschiere, ci sono l'inquinamento con organoclorati, Ddt e pesticidi degli affluenti del rio Colorado, provocati dalle attivitá agricole. Annualmente muoiono in media fra i 40 ed i 90 individui, intrappolati nelle reti a strascico che servono per acchiappare quel poco che resta delle specie ittiche esportate negli Usa, dagli squali alle mante. Le associazioni ed i sindacati dei pescatori hanno giá da tempo manifestato il loro interesse per realizzare delle modifiche nelle loro tecniche di pesca, per eliminare la cattura accidentale del cetaceo. Le piccole famiglie di pescatori della regione, circa 600 persone, si dicono disposte a utilizzare nelle loro pratiche peschiere dei sistemi ecologici ed ecostenibili, a condizione che si riducano le attivitá delle circa 150 navi-fabbrica che pescano settimanalmente gamberi e gamberoni nelle acque da Puertecitos (Baja California) fino a Puerto Peñasco (Sonora); un'attivitá distruttiva e insostenible, dove per pescare un chilo di gamberi si catturano "accidentalmente" fra i 10 ed i 15 chili di altre specie, che vengono rigettate al mare come scarto.
Quello che in molti temono sono le miliardarie perdite economiche dal lungo boicottaggio e dalla chiusura al mercato statunitense ai pescatori di tonno messicani, che erano giustamente accusati di sterminare migliaia di delfini con le loro pratiche peschiere distruttive. La maggior parte della flotta peschiera dovette non solamente cambiare le reti, riducendone la larghezza e la profondità, ma anche ristrutturare tutto il loro sistema di pesca.
Di fatto molte campagne di boicottaggio e di dumping contro le produzione peschiere ed agricole centroamericane da parte delle varie amministrazioni statunitensi, appoggiate spesso dalle legittime e giustificate campagne delle associazioni dei consumatori, servono a giustificare pressioni economiche e politiche contro paesi che non vogliono accettare i sempre nuovi e arbitrari diktat commerciali. Eil caso del mango, della papaya e quello piú recente dell'ananas messicano, ecuadoriano e hondureño.
Un esempio è quello che sta accadendo nelle già critiche relazioni con Cuba, dove l'acquario de La Havana ed il Ministero della Scienza e Tecnologia da qualche anno hanno venduto ad acquari e parchi di divertimento europei e caraibici una ottantina di delfini a naso di bottiglia catturati nelle acque atlantiche, ad un prezzo fra i 40.000 ed i 70.000 dollari per ciascun esemplare. Non potendo venderli direttamente ai privati statunitensi, il lucrativo commercio dei delfini passa per una complessa rete di intermediari e broker nella Repubblica Dominicana, a Antigua e in altri paesi caraibici. In questi giorni l'amministrazione Usa (il Dipartimento del Tesoro e l'Office of Foreign Assets Control) hanno aperto una inchiesta per individuare e punire due broker, cittadini statunitensi, "colpevoli" di violazione delle leggi dell'embargo contro Cuba. La campagna contro la cattura di delfini selvatici per usarli in parchi di divertimento è stata da sempre uno degli obiettivi dei movimenti nordamericani per i diritti animali. Le leggi statunitensi permettono la loro cattura, ma sotto la pressione dei gruppi animalisti vennero modificate stabilendo una moratoria da applicare valutando -caso per caso.




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