terra terra
AGRICOLTURA
Vecchi semi al nuovo Afghanistan
FRANCO CARLINI,
2002.03.27
Piselli, orzo, lenticchie, fave: dai frigoriferi di Aleppo in Siria i semi di queste e altre piante sono stati prelevati due mesi fa, ripiantati nella terra rossa per farne molte copie e ora costituiscono la base vera e duratura degli aiuti alimentari alla popolazione dell'Afghanistan. Se si intende ridurre i problemi di fame e sottoalimentazione in quel paese, infatti, non ci si può basare solo sulle scatolette e il latte in polvere, ma occorre ricostruire, quasi da zero, le possibilità di autosostentamento, tanto più in un territorio che è sempre stato famoso per la ricchezza e la varietà dei suoi raccolti. Ma non si possono nemmeno inviare semi qualsiasi, magari adatti per altre terre e altri climi; servono piante adatte, e le più adatte sono quelle che storicamente sono cresciute in quel paese, via via selezionate dalla natura e dagli agricoltori. Quel patrimonio di semi che è stato estratto dai frigoriferi dell'Icarda (International Center for Agricultural Research in the Dry Areas) deriva in larga maggioranza da una collezione messa insieme negli anni `70 da Geoff Hawtin, un ricercatore anglo-canadese che oggi dirige a Roma l'Ipgr (International Plant Genetic Resources Institute): «Stavamo allora raccogliendo semi per un programma di incroci nell'Africa nord occidentale e per farlo c'era bisogno di una grande variabilità genetica; l'Afghanistan era una specie di tesoro da questo punto di vista e mai avremmo immaginato che in futuro quei semi avrebbero avuto anche questa funzione». Così racconta Hawtin alla rivista Science, lui stesso stupito della sua fortuna: poco tempo dopo sarebbero arrivati i sovietici e con essi l'inizio di decenni di guerre e distruzioni, durate finora.
Nei secoli dunque gli agricoltori afgani hanno trovato i migliori equilibri tra la stupenda varietà del territorio (che è tutto fuorché arido, come molti credono erroneamente, fidandosi delle sole immagini televisive) e le varietà vegetali, le quali vennero selezionate sia in rapporto alla loro resa, sia per le doti nutritive e gustative. I contadini «sapevano che su quel tale versante di una collina andava piantata una particolare varietà, ma che sull'altro lato non sarebbe venuta su altrettanto bene», spiega Hawtin, «e avevano diversi tipi di piante per particolari preparazioni culinarie».
I semi raccolti in quegli anni andarono a formare una banca conservata nell'Afghanistan stesso, ma finirono distrutti nel 1992. Per fortuna e lungimiranza, tuttavia, queste banche vengono sempre duplicate e una delle fonti cui attingere è appunto l'Istituto internazionale Icarda di Aleppo. Il ritorno dei vecchi semi alla terra di origine si accompagna peraltro a un progetto più esteso: verranno anche spedite e sperimentate sul campo altre varietà, che hanno dato buona prova di sé in paesi con analoghe condizioni geologiche e climatiche. E con i semi partono dei gruppi di esperti che insieme ai coltivatori locali realizzeranno delle coltivazioni sperimentali, controllando rese e qualità dei raccolti e confrontando i vecchi semi con i nuovi: riparte insomma, con il sostegno delle ricerche più avanzate, il millenario processo di sperimentazione agricola, interrotto da guerre e siccità.
Il consorzio internazione di aiuti agricoli all'Afghanistan, deve fronteggiare due problemi contemporaneamente: far fronte alla stagione presente, i cui raccolti sono andati quasi tutti persi e contemporaneamente mettere le basi per un futuro sostenibile. Nelle aree del paese dove corrono i fiumi ci sono meno problemi: lì non si sono sentiti gli effetti delle tre siccità annue consecutive e comunque le sementi necessarie sono facilmente reperibili nei paesi vicini come Pakistan e Iran. Là dove invece i raccolti dipendono strettamente dalla piovosità la situazione è assai più critica. Gli invii hanno riguardato 3500 tonnellate di semi subito e altre 10 mila in autunno. In tre anni saranno 125 mila le tonnellate spedite. Insieme verranno anche create nuove stazioni agricole locali dove conservare i semi e riprodurli, con l'intervento diretto anche della Fao. L'obbiettivo è l'autosufficenza alimentare nell'anno 2007.
Nei secoli dunque gli agricoltori afgani hanno trovato i migliori equilibri tra la stupenda varietà del territorio (che è tutto fuorché arido, come molti credono erroneamente, fidandosi delle sole immagini televisive) e le varietà vegetali, le quali vennero selezionate sia in rapporto alla loro resa, sia per le doti nutritive e gustative. I contadini «sapevano che su quel tale versante di una collina andava piantata una particolare varietà, ma che sull'altro lato non sarebbe venuta su altrettanto bene», spiega Hawtin, «e avevano diversi tipi di piante per particolari preparazioni culinarie».
I semi raccolti in quegli anni andarono a formare una banca conservata nell'Afghanistan stesso, ma finirono distrutti nel 1992. Per fortuna e lungimiranza, tuttavia, queste banche vengono sempre duplicate e una delle fonti cui attingere è appunto l'Istituto internazionale Icarda di Aleppo. Il ritorno dei vecchi semi alla terra di origine si accompagna peraltro a un progetto più esteso: verranno anche spedite e sperimentate sul campo altre varietà, che hanno dato buona prova di sé in paesi con analoghe condizioni geologiche e climatiche. E con i semi partono dei gruppi di esperti che insieme ai coltivatori locali realizzeranno delle coltivazioni sperimentali, controllando rese e qualità dei raccolti e confrontando i vecchi semi con i nuovi: riparte insomma, con il sostegno delle ricerche più avanzate, il millenario processo di sperimentazione agricola, interrotto da guerre e siccità.
Il consorzio internazione di aiuti agricoli all'Afghanistan, deve fronteggiare due problemi contemporaneamente: far fronte alla stagione presente, i cui raccolti sono andati quasi tutti persi e contemporaneamente mettere le basi per un futuro sostenibile. Nelle aree del paese dove corrono i fiumi ci sono meno problemi: lì non si sono sentiti gli effetti delle tre siccità annue consecutive e comunque le sementi necessarie sono facilmente reperibili nei paesi vicini come Pakistan e Iran. Là dove invece i raccolti dipendono strettamente dalla piovosità la situazione è assai più critica. Gli invii hanno riguardato 3500 tonnellate di semi subito e altre 10 mila in autunno. In tre anni saranno 125 mila le tonnellate spedite. Insieme verranno anche create nuove stazioni agricole locali dove conservare i semi e riprodurli, con l'intervento diretto anche della Fao. L'obbiettivo è l'autosufficenza alimentare nell'anno 2007.




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