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ENERGIA
Le carte della lobby energetica
FRANCO CARLINI
,
2002.03.31
Ci sono voluti undici mesi, ma alla fine i documenti richiesti sono arrivati. In base alla legge sulla trasparenza amministrativa (che in America si chiama Foia, «Freedom of Information Act») alcune associazioni ambientaliste hanno avuto accesso ai materiali in base ai quali l'amministrazione Bush ha formulato il suo piano energetico (reso noto il 16 maggio del 2001). Sono 11 mila pagine e secondo il Dipartimento dell'Energia confermano che l'amministrazione ha tenuto conto del pubblico interesse. Il segretario all'energia Spencer Abraham ha dichiarato che «le informazioni ora rilasciate potranno soltanto confermare che si tratta di un piano energetico equilibrato che non solo ha ascoltato, ma anche incluso tutti i punti di vista. I cittadini americani possono essere tranquilli perché si è trattato di un processo aperto e appropriato». Ma si tratta di una bugia, per di più con le gambe assai corte: esaminando l'elenco delle riunioni e degli incontri tenuti dalla task force sulla politica energetica nazionale guidata dal vice presidente Richard Cheney, risulta evidente che non sono state ascoltate né incontrate le associazioni ambientaliste e quelle dei consumatori. Al contrario l'elenco delle riunioni e dei loro partecipanti mostra che sono stati numerosi e intensi gli incontri con i gruppi industriali e con singole aziende del settore energetico. Tra le altre Duke Power, Entergy, Exelon Corporation, l'American Coal Company, l'associazione delle industrie petrolifere e quella dei manifatturieri. In tutto 36 riunioni e nessuna con le associazioni della società civile. Il segretario Abraham in particolare ebbe incontri anche con il colosso energetico Enron, ora fallito con grande scandalo, e con 20 aziende petrolifere. Va ricordato che molte di queste aziende erano state finanziatrici dirette della campagna presidenziale di George Bush. Il mese scorso, sulla coda dello scandalo Enron, il parlamento aveva chiesto invano di essere informato sugli incontri che Cheney e Abraham avevano tenuto con i suoi dirigenti; richiesta che l'amministrazione ha rifiutato, rivendicando la propria autonomia, e che ora è oggetto di una causa legale. Quanto alle posizioni ambientaliste, l'amministrazione è costretta a ammettere di non averle incontrate, ma dice di avere prelevato i loro documenti dai siti web e di averne tenuto conto. «Si tratta di una bugia totale» ha commentato Sharon Buccino, avvocato del Natural Resources Defense Council, una delle organizzazioni che ha aperto il procedimento. Va anche detto che malgrado le 11 mila pagine, i documenti depositati sono largamente incompleti e pieni di omissis; la legge lo consente e dunque tutte le questioni più sensibili e scottanti rimangono per ora celate, salvo un ordine del tribunale che obblighi il governo a depositare anche le parti censurate. Si lavora dunque solo per intuizione. Per esempio, leggendo il piano energetico, si scopre che in esso viene favorito il ritorno al nucleare, nella forma di reattori intrinsecamente securi, secondo una speciale tecnologia chiamata P.B.M.R; si tratta di un reattore raffreddato a gas, moderato da sfere di grafite delle dimensioni di palla da tennis. Un fatto davvero curioso, dato che non esiste ancora alcun reattore provato del genere, salvo un prototipo in Sud Africa. Chi lo ha realizzato? La Exelon Corporation, la più grande azienda nucleare Usa, partecipe degli incontri preliminari e soprattutto generosa contribuente alla campagna elettorale repubblicana: secondo la commissione elettorale federale la Exelon versò un totale di 564.661 dollari al partito repubblicano nei due anni precedenti le elezioni e l'anno successivo altri 347.514 dollari. Giusto in corrispondenza del piano energetico le azioni Exelon toccarono i 70 dollari, mentre in epoca Clinton viaggiavano attorno ai 40. Il New York Times ha così commentato la vicenda: «i documenti confermano quanto ognuno sospettava, che l'amministrazione Bush ha accolto a braccia aperte i dirigenti industriali e i loro lobbysti mentre ha trattato i gruppi ambientali come degli intrusi a un picnic». Proprio come Berlusconi, tra Confindustria e sindacati.





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